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“Se non si sono vissute certe situazioni non si può capire la sofferenza e il dolore”

fuori piove

Nel drammatico,  reale e bel  reportage di ieri sera con  le nuove storie morali di Iannacone, la storia di Michele, di chi vive nei container e dei  senza fissa dimora, mi ha rievocato immediatamente il bel film di Ivano De Matteo, come racconto di seguito ed ispiratosi  proprio ad un fatto di cronaca.

La realtà comunque supera alla grande l’immaginazione, si sa!

Il termine “equilibrista” è coniato dal bel film di Ivano Di Matteo “Gli equilibristi” , in cui si racconta la storia di un padre che dopo la separazione e pur avendo un lavoro e uno stipendio che in tanti anni aveva garantito una certa agiatezza alla sua famiglia e alla figlia adolescente , si troverà   a scivolare velocemente in una situazione di povertà e di disagio esistenziale molto forte , trovandosi a vivere addirittura in auto ed andando alla mensa della Caritas , nonostante il suo sforzo di riuscire a fare in modo che nessuno della sua famiglia sapesse della sua drammatica situazione e cercando di continuare a dare un senso ed una dignità a ciò che gli stava accadendo .

In realtà questo padre è appunto diventato un “equilibrista” per il suo modo di stare continuamente a galla e “in piedi” in un contesto di vita precario e per lui insostenibile, facendo tutto il possibile per “resistere” ad una situazione economica sempre più difficile e critica .

Sono tanti i genitori “equilibristi” che si trovano a dover fare i conti con questa crisi economica che come sappiamo ormai da tempo è una crisi strutturale e soprattutto che sta interrogandoci sul piano etico e culturale, rispetto alle nostre abitudini e ai nostri valori di riferimento.

Tempo fa parlando di questa crisi ho definito cosa sono per me i contemporanei “lavoratori acrobati” e ne ho parlato a lungo in un mio libro , ispirandomi al   bel testo “Mamme Acrobate” di Elena Rosci e che rende molto bene l’idea delle mamme di oggi un po’ “multitasking” o “tuttofare” :

“ così come uomini e donne , giovani e meno giovani tutti Lavoratori Acrobati che per riuscire a sopravvivere si sono dotati anche loro di grandi capacità acrobatiche , come quegli atleti che sfidano tanti rischi per non cadere e che spesso sono sprovvisti di reti di sostegno e di salvataggio. Si pensi ,ad esempio, anche a quei lavoratori che lavorano senza una minima misura di sicurezza e sfidano ogni giorno , ogni minuto, la sorte a tutela della propria dignità umana e credibilità sociale” .

Domenico Iannacone con I Dieci Comandamenti e il nuovo reportage “Fuori Piove”, ieri  sera, ci ha mostrato due realtà opposte del nostro bel paese.

“Se non si sono vissute certe situazioni non si può capire la sofferenza e il dolore” .

Il tema di generare vere e proprie relazioni sociali  come ad esempio nella realtà di co-housing  a Forlì , come ci è stato ben descritto, può segnare un nuovo possibile percorso da intraprendere e da emulare socialmente. Come  mi ha detto Domenico  : “si tratta di persone aperte alla vita del paese che hanno generato vere e proprie relazioni sociali che nei ghetti dormitori delle periferie sono assenti” .  Certo bisogna uscire dal proprio individualismo e aprirsi per condividere con gli altri e tutto questo comporta una trasformazione umana, culturale  e sociale che dovrà iniziare da qualche parte, prima o poi.

Più progetti sociali di eco-edilizia!

LAVORATORI ACROBATI  FOTO

Stefania Cavallo

17 dicembre 2018

 

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Un mio video odierno sulla violenza sulle donne , 25 novembre 2018:

 

APPENDICE   SULLO STALKING – PERSECUZIONE

Dal mio libro I giorni perduti , 2011

copertina del libro

 

Dietro   lo stalker , frustrazione e solitudine    

La cronaca nera di questi tempi riporta l’attenzione sul fenomeno dello “stalking” (persecuzione).

L’essere lasciati da una persona amata produce inevitabilmente dolore che per alcune persone può essere intollerabile. Teniamo presente , poi, che viviamo in una società individualistica , in cui le comunicazioni interpersonali significative sono molto ridotte, in cui ognuno pensa solo ai propri problemi , per cui chi soffre spesso non ha la possibilità di confidarsi, di sfogarsi con qualcuno e il   confidarsi significherebbe ammettere una sconfitta. Questo sentimento di vergogna è uno dei principali freni al richiedere aiuto a un amico o amica , piuttosto che a uno specialista .
Inoltre, gli uomini sono meno portati ad esternare verbalmente i propri sentimenti e questo continuo portarsi dentro sofferenze e frustrazioni può determinare, a volte, delle reazioni violente .

All’inizio di una relazione è difficile cogliere i segnali di prevaricazione dell’uomo sulla donna che in genere emergono nel tempo in maniera molto più evidente e chiara . Se da un lato troviamo questi uomini “carnefici” dall’altra troviamo spesso delle donne “vittime”   con scarsa autostima . Questo aspetto dell’autostima comporta un altro lavoro importante di prevenzione che , a mio avviso, si dovrebbe potenziare e   attivare già nelle scuole con le giovani ragazze.
L’aiuto va chiesto a persone professionalmente preparate.

Ad esempio, il problema della violenza domestica in esorbitante e continuo aumento è estremamente delicato e va gestito con grande competenza. Quando nella mia attività di mediazione familiare mi imbatto in situazioni di questo genere invito le persone interessate ad intraprendere percorsi di psicoterapia , o nei casi più gravi, a contattare i Centri antiviolenza .

La mia attività di mediazione familiare si colloca a monte di questi tragici fatti e nonostante tutto mi rendo conto che ci vorrebbe una rete di coordinamento tra le diverse agenzie educative per attivare delle iniziative , a partire dalla scuola, che parlassero di “educazione sentimentale” ed “emotiva” per le nuove generazioni.

Spesso dietro questi comportamenti violenti c’è quello che si è vissuto o visto in famiglia da ragazzi.

I rapporti paritari tra uomo e donna sono una conquista relativamente recente e , ad esempio, il rispetto   tra i coniugi è sicuramente la prima prevenzione per garantire un futuro sentimentale equilibrato ai propri figli.

Importante sarebbe poi occuparsi del recupero dell’ uomo persecutore o stalker perché non torni a nuocere e in tal senso qualcosa si sta muovendo , ma è ancora troppo poco.

NO VIOLENZA SULLE DONNE 2018

 

Stefania Cavallo

25 novembre 2018

DALL’ALTRA PARTE DEL MARE con Eraldo Affinati e Pietro Bartolo

Bookcity Milano 2018 , Fondazione G. Feltrinelli Via Pasubio 5

pietro bartolo

“La vera responsabilità non è solo giuridica,

ma è la responsabilità dello sguardo altrui”   Eraldo Affinati, custode di parole

bookcity 2018 eraldo affinati e pietro bartolo - 3-

 

L’incontro con queste due grandi persone , lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati , il medico e scrittore Pietro Bartolo, di sabato 17 novembre , a Milano , in occasione di Bookcity 2018 , è stato molto interessante, emozionante e commovente.

E’ stato un dialogo intimo tra i due , espresso a voce alta , scaldando il cuore dei molti presenti all’incontro . Cosa li accomuna?  Il venire entrambi da situazioni familiari piuttosto umili, l’età ,  l’essersi costruiti da soli ;  l’esperienza tremenda di un naufragio per il  giovane marinaio/non ancora medico Bartolo;  e per Affinati  l’esperienza dell’essere orfano  e il suo forte desiderio di “risarcimento” verso i suoi genitori : ” «Mio padre era un figlio illegittimo e mia madre durante la guerra sfuggì alla deportazione dopo che suo padre era stato fucilato dai nazisti. Io sono diventato scrittore e insegnante anche per trovare le parole che i miei genitori non riuscirono a dire a sé stessi, prima ancora che a me e a mio fratello. È una forma di risarcimento per interposta persona”.

Si sono raccontati e in particolare hanno parlato di cosa li motiva a fare quello che fanno, e che possiamo dire essere qualcosa di “straordinario” in quanto il loro vissuto e il loro essere “uomini d’azione” nel quotidiano nell’accogliere i migranti , anche se con ruoli e in contesti diversi , li accomuna in un necessario sentire di umanità e di responsabilità di “sguardo sull’altro”.

Eraldo Affinati, dopo una sua esperienza estiva a fianco del medico Bartolo, proprio sul famoso molo Favaloro a Lampedusa, ci introduce al tema rievocando quella “naturalezza” del medico e dell’uomo che nel momento in cui vede steso sul molo un migrante, inizia ad aiutarlo, mentre lo aiuta e si preoccupa del suo stato, in contemporanea lo visita ; allora la domanda di Affinati che pone e rilancia al pubblico, sorge quasi spontanea e diventa la seguente: “Perché non riusciamo ad avere più quella “naturalezza” nello sguardo verso l’altro?” .

In quel momento mi è venuto in mente il bellissimo film di Gianni Amelio , “La tenerezza” dove il regista nella preparazione della narrazione della storia rievoca il filosofo Musil e una sua frase : “La soluzione delle cose non va cercata chissà dove, la felicità è ritornare sui propri passi quando si è persa la strada. Quando ti perdi per strada, non andare troppo avanti, torna indietro qualcosa trovi. Questo dovrebbe insegnarci a essere più morbidi”. Ecco l’essere più morbidi , l’incontrare, senza paura, lo sguardo altrui e soffermarsi su tutto questo , quando “sentiamo” che siamo tutte persone con gli stessi bisogni in questo immenso e stupendo mondo dell’esistenza.

Ci raccontano di storie incredibili, in particolare il medico di Lampedusa , il dottor Bartolo, e sicuramente colpisce molto quando racconta la storia della piccola bimba nigeriana Anila  e di sua madre, di come sia riuscito , nonostante la burocrazia, a farle incontrare e ad aiutarle a risolvere l’enorme debito che avevano contratto per poter intraprendere il loro viaggio della “salvezza” nel nostro bello ma martoriato e dannato Mediterraneo.

(http://www.farodiroma.it/le-stelle-di-lampedusa-la-storia-di-anila-e-di-altri-bambini-che-cercano-il-loro-futuro-tra-noi/).

Eraldo Affinati ci racconta dei suoi “ragazzi difficili”, dell’importanza delle parole e della lingua, quale scrittore, pedagogista e insegnante di Italiano per stranieri ,  ragazzi ed adulti immigrati , adolescenti e giovani spesso non accompagnati.

Affinati dirà che “la lingua svolge una funzione ortopedica, perché salda e ricompone pezzi della propria identità e personalità” e per queste persone che arrivano in Italia, alla sua scuola “Penny Wirton” , così come alla “Città dei ragazzi” , il sistema verbale è decisivo , e solo se si riesce a nominare le parole giuste si possono vedere riconosciuti i propri diritti/doveri.

Ricordo a questo proposito i bellissimi libri sia di Affinati che di Bartolo, al seguente link:

https://www.librimondadori.it/eventi/eraldo-affinati-pietro-bartolo/

Ricordo il bel film “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi , docu-film del 2016, premiato nello stesso anno con l’Orso d’oro per il miglior film al Festival di Berlino e che ha per tema e focus principale l’isola di Lampedusa e gli sbarchi di migranti che la interessano.

Entrambi parlano dei “lager”, dei veri “campi di concentramento” in Libia e di come non si possa più lasciar fare , certo il problema è molto complesso ma queste realtà rievocano periodi “neri” della nostra storia passata ma non molto lontana, che non si può far più finta di non conoscere e di non vedere. Come dirà Affinati : “La vera responsabilità non è solo giuridica, ma è la responsabilità dello sguardo altrui”.

L’altro messaggio di Eraldo Affinati e che vorrei lasciare a “memoria” è anche questo ossia quando dice : “ Bisogna intervenire quando si vedono oltraggiati i propri principi , anche sbagliando” e qui il tema di “entrare in azione” ritorna, diventa necessario e fondamentale.  

Termino , conservando quelle parole e quell’atmosfera incredibile di emozioni, sentendomi anche piuttosto in crisi , e lasciando l’intervista di Affinati, rilasciata su La Repubblica il 17 novembre, sulla scuola e le manifestazioni degli studenti in queste settimane :

Articolo La Repubblica Eraldo Affinati sabato 17 novembre 2018

Ricordo un altro mio contributo sul tema:

https://stefaniacavallo.wordpress.com/2017/05/21/20maggiosenzamuri-milano/

Da non dimenticare anche il bel reportage su Lampedusa  “LONTANO DAGLI OCCHI”, di Domenico Iannacone :
“Quando le cose non si vedono da vicino non si capiscono fino in fondo. Magari siamo noi stessi a scegliere di non farlo per sentirci meno obbligati a pensare. Le cose che sono lontane dagli occhi ci fanno meno paura. Un giorno però i ragazzi leggeranno sui libri di storia che dal 1988 ad oggi nel Mediterraneo, durante traversate su barconi come questi, sono morte 20mila persone. L’unica cosa che non potranno mai sapere è quanti altri sono morti senza lasciare nessuna traccia, inghiottiti dal mare” Domenico Iannacone 

Link  dell’intero reportage :

http://www.raiplay.it/video/2016/09/Lontano-dagli-occhi-75cc9c56-63f7-4404-90a8-60c03b5bdaa2.html

 

Stefania Cavallo

20 novembre 2018

 

 

 

Spirito di sacrificio

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“Tu hai spirito di sacrificio, Stefania!”, questo mi ha detto una persona che mi conosce da poco e con la quale sto cercando di realizzare un nuovo progetto sociale e in verità era da un po’ che non sentivo utilizzare questa espressione e il senso che le si dà .

Mi ha ricordato quando i miei genitori , ed ero ragazza, mi dicevano “bisogna fare sacrifici, altrimenti non si ottiene niente e non si va da nessuna parte” , una frase che decisamente mi ha ributtata indietro di tanti anni, perché in realtà tutto questo, col passare del tempo, è diventato per me un autentico “modus” di essere e di vivere tanto da darlo per scontato e non farci più caso .

Questo nuovo amico in realtà voleva dirmi che oggi sono sempre meno le persone che, “senza risparmiarsi”, si danno alle giuste cause , quelle sociali, civiche e/o politiche , quelle per il bene comune e per il benessere delle nostre comunità.

Questo nuovo amico ha capito subito che come persona , secondo lui, facevo e faccio parte di questa categoria di umanità , quella che “si sacrifica”, che sa rinunciare al proprio tempo per un sentimento di “autentico altruismo” per una visione e un tempo più esteso da condividere .

“La vita che sacrifica il sacrificio è quella che si deve desiderare di vivere” , dice il noto psicoterapeuta Massimo Recalcati nel suo libro  “Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale” e credo che sia proprio questo il motivo per cui il concetto di “sacrificio” oggi vada inteso in maniera nuova, portando ad una liberazione della sua valenza mortificatrice per riaffermare nel singolo il desiderio di una vita che si realizzi pienamente anche come comunità .

 

Stefania Cavallo

8 ottobre 2018

Giudizi , pregiudizi e psichiatria

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In molti affidano alla psichiatria una certa aura “sacra” e di indiscusso riconoscimento un po’ nei diversi ambiti , senza però pensare che i pregiudizi non si risolvono con questo tipo di delega , ma si risolvono affrontandoli, parlandone e combattendoli pacificamente con conoscenza e autocritica , perché a volte i veri nemici contro i pregiudizi siamo proprio noi stessi che ci boicottiamo e li conserviamo come saldo vessillo identitario nostro malgrado . Penso alle tesi sull’omosessualità dei bambini etichettata come patologia, malattia per cui nel dubbio è meglio inviare il bimbo dallo psichiatra, una tesi molto diffusa in ambito ecclesiale/religioso, ma non solo.

Mi ricordo su questa scia tutto il dibattito che si sviluppò in Francia sull’autismo, i bambini autistici come psicotici, e che secondo gli psichiatri era imputabile alla figura materna, la madre “coccodrillo” quel tipo di madre che fagocita il proprio figlio, una madre depressa , si è parlato di “tossicità materna” , di cattiva relazione materna, ecc.

Questo scontro con la psichiatria, in Francia, fu vinto dalle associazioni delle famiglie con figli autistici e grazie alla regista francese Sophie Robert che col suo film-denuncia Le Mur/Il muro , impedì, almeno in questo ambito, alla psicoanalisi di continuare ad esercitare quel ruolo egemonico che domina ancora gran parte della neuropsichiatria infantile.

La tendenza a “medicalizzare” è sempre dietro l’angolo e trova spesso una qualche facile giustificazione, perché in qualche modo sposta il problema in un ambito che ci è ignoto e così facendo ci creiamo l’alibi che quella questione non ci riguardi e non ci competa, ma competa a degli specialisti , così come il trovare la soluzione che noi non vogliamo trovare o crediamo di non essere capaci di trovare, perché il tutto ci coinvolge emotivamente in maniera totale e paralizzante oltre che imbarazzante.

Non voglio dire che sia sempre così e che gli specialisti della mente e dell’anima non siano utili e necessari , ma “la delega”  può rappresentare spesso quella “non”- soluzione che ci illudiamo possa essere la panacea dei nostri problemi, senza prima affrontare un lavorio interno di conoscenza di sé e di eliminazione dei propri  giudizi interni.

Poi nessuno è esente da errori e dal prendere le classiche “lucciole per lanterne”, tanto più se si è esseri umani, no?  E’ devastante però ergersi, dal proprio pulpito,  a Verbo,  manipolare vite e situazioni altrui sino a creare danni irreversibili , questo è un rischio gravissimo e su cui bisogna vigilare sempre, senza indugi.

Non dovremmo mai restare solo in superficie  su ciò che invece ci riguarda nel profondo  e in maniera totale   come esseri umani .

E la pedofilia, argomento  spinoso  come la etichettiamo?  Su questo preferisco rimandare ad un mio contributo relativo alla bella pellicola-denuncia  “Il caso Spotlight”:

https://stefaniacavallo.wordpress.com/2016/03/14/il-caso-spotligthunopportunita-per-aprire-spazi-di-dialogo-e-confronto/.

Stefania Cavallo

30 agosto 2018

 

C’E’ CHI DICE NO ! I MIEI NO

 

Davide

Bisogna saper indagare i tessuti sociali delle comunità che abitiamo,

chi le amministra e conoscere le relazioni tra le persone

 

Questi miei contributi partono sempre da esperienze autobiografiche e desiderano raccontare con lenti di tipo social-sociologico il mio NO ad alcuni progetti che quest’anno hanno interessato e interessano ancora in maniera significativa le nostre comunità.

Le mie argomentazioni si focalizzano su ciò che si considera come “tessuto sociale”, comunità e persone e non esistono scelte politiche che esulino dal considerare “le persone”, le ricadute sociali e locali in termini di benefici che gli stessi cittadini possano avere.

Intanto, vorrei ricordare che i “NO aiutano a crescere”, come cita il noto pedagogista americano Asha Philips, col suo best-seller, e non è una narrazione di regole e ricette su come si fa a dire di NO, mentre i “PERCHE’?”, cioè il porsi degli interrogativi , aiutano a capire e ad indagare meglio l’esistente per poter fare delle scelte più consapevoli .

Ora vorrei sottolineare anche che ognuno ha un suo percorso personale ed è giusto ricordarlo, al di là di “parole” e “giudizi” a volte frettolosi di chi tende a generalizzare e confonde diversi piani e soprattutto perde di vista la dimensione umana, cioè le “persone”.

Ecco il mio approccio non può prescindere dal considerare “le persone”, quindi cosa voglia dire abitare nelle nostre comunità da diversi anni, come la sottoscritta.

Quello su cui bisogna riflettere a livello politico è il senso di responsabilità sulle conseguenze delle azioni e delle scelte che i dirigenti politici compiono e su questo bisogna concentrarsi .

Da sempre, sono molto sensibile alla questione “culturale” che calza molto bene in tema di quali siano le premesse per un reale processo di “condivisione” di eventuali cambiamenti proposti ai cittadini.

“La cultura è ciò che ci permette di riconoscerci gli uni negli altri “ cita  il noto giurista costituzionale Gustavo Zagrebelsy.

Qui il senso è che la Cultura serve a renderci conto di dove siamo , così come da dove veniamo e dove andiamo.  Comprendere e comprenderci , non come fatto individuale ma collettivo .

La cultura fa sì che molte persone che non si conoscono di fatto  però si riconoscano come partecipi in qualcosa di comune , ad esempio nel patrimonio locale, ossia l’ambiente, la salute e il lavoro , così come in una mutualità di valori sociali condivisi.

Il processo di partecipazione attiva dei cittadini, il “farsi comunità” è qualcosa che si pratica e nasce dalla frequentazione di spazi comuni intergenerazionali in cui le persone possano riconoscersi e scambiare esperienze. Partecipazione e condivisione significano “incontro con l’altro”.

In discussione , per quanto mi riguarda, è la messa in opera di un “processo non collettivo di partecipazione” , in cui i cittadini avrebbero potuto essere veramente parte attiva di decisioni importanti del cambiamento che li riguarda da vicino . Cosa che non è avvenuta.

Ora , i tempi sono pronti perché i cittadini possano fare la differenza.

Domandiamoci anche : “Che posto ha la cultura , il lavoro, la società , i diritti civili , i nuovi bisogni di socialità , l’ambiente, la nostra salute e  la tutela di tutto questo ?”

Allora quali le nostre prossime sfide come comunità ?

In questa raccolta di contributi personali , ho voluto ripercorrere quella del “NO alla Fusione tra Basiano e Masate”, ma soprattutto ho voluto raccontare della sfida più impegnativa che ci coinvolge oggi e tutti in maniera urgente e prioritaria, ossia quella in difesa della nostra salute e del nostro territorio col nostro “No Biogas a Masate”.

Qui di seguito ricordo i due link  con i  quali  si possono ripercorrere alcuni passaggi importanti di queste  lotte civiche e sociali.

Non abbassiamo mai la guardia su queste questioni!

No Fusione Basiano e Masate : https://stefaniacavallo.wordpress.com/2018/04/14/comitato-no-fusione-basiano-masate-assemblea-pubblica-14-04-2018/

No Biogas a Masate:

https://stefaniacavallo.wordpress.com/2018/08/14/un-nuovo-blog-sul-no-biogas-di-masate/

Stefania Cavallo

23 agosto 2018

Genova, 14 agosto 2018

Un piccolo pensiero!

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In questi giorni mi sono emozionata molto e mi sono molto commossa nel guardare l’immane tragedia di Genova, col crollo di parte del ponte Morandi che come è stato ricordato più volte oltre ad essere un simbolo di modernità della città è soprattutto una via di unione cruciale delle due parti della città, l’est e l’ovest, una via fondamentale per andare al porto e all’aeroporto, per raggiungere il litorale francese, insomma un punto di passaggio per i genovesi per spostarsi per andare a lavoro o a scuola , per andare da ponente a levante e viceversa .

In questi momenti si stanno consegnando le prime nuove case agli sfollati , un momento importantissimo.

Gli sfollati sono molti, si parla di 300 nuclei familiari circa e si sta parlando di 600 circa persone rimaste senza la propria casa , proprio perché situata nella zona rossa , non più accessibile perché sotto il ponte .

Trovarsi senza più la propria casa, la casa che magari si è abitata per più di quaranta anni, o una casa di cui si sta ancora pagando il mutuo e non poter più ritornare a prendere le proprie cose, i propri mobili e i propri effetti personali, è sicuramente qualcosa di molto traumatico , è molto difficile farsene una ragione e questa situazione rievoca purtroppo altre tragedie simili come quelle dei terremoti o delle guerre da cui scappare e così via.

Non è mai facile lasciare una casa per recarsi in un’altra , soprattutto se è quella casa in cui si è nati e rappresenta il primo luogo degli affetti più importanti della propria vita, nella zona in cui si fanno le prime amicizie e sono nati i primi amori . Lasciare la propria casa perché obbligati da un pericolo esterno, come in questo caso , col pericolo che il resto del ponte “maledetto” possa franare sulle case sottostanti e possa creare altre vittime è qualcosa di veramente molto difficile da accettare razionalmente e lo si percepisce dalle diverse reazioni che in questo momento si possono cogliere ascoltando gli stessi sfollati durante le tante interviste trasmesse.

Non bisognerà lasciare sola Genova e i Genovesi in questa fase di ricostruzione e di ripresa e soprattutto bisogna aiutare , le tante persone e famiglie sfollate con bambini, a ripartire nelle nuove case, che siano arredabili e vivibili al più presto per ridare fiducia e speranza per il futuro, sentimenti umani che possono sostenere momenti così difficili e dolorosi di grande cambiamento per la propria esistenza.

Sabato i funerali di stato di Genova e quegli applausi alle maggiori cariche dello Stato e agli esponenti del nuovo governo che al di là delle infinite interpretazioni e dietrologismi politici, personalmente li ho recepiti come degli applausi di incoraggiamento, un’ulteriore responsabilità e impegno ad andare avanti senza indugi , per dare giustizia ai 43 morti accertati e alle loro famiglie.

Non dimentico certo gli applausi ai tanti Soccorritori, i primi ad arrivare sul luogo della tragedia , i Soccorritori che lottano ogni istante per salvare vite e restituire le salme delle vittime alle proprie famiglie. Gli stessi Soccorritori che piangono durante lo svolgimento del proprio lavoro, perché sono esseri umani e a questo lavoro non ci si può mai abituare con freddi automatismi.

Mi ha emozionata tutto della messa trasmessa sabato scorso in diretta, molto emozionanti anche le parole pronunciate, durante il rito musulmano, dall’autorità religiosa presente per le due vittime di religione musulmana colpite dal tragico evento. C’è molto da fare e dobbiamo dimostrare che prima vengono i fatti e su questi si può essere giudicati, tutto il resto non deve distrarre e invece deve motivare a lavorare per rimettere in piedi Genova, questa regione e il nostro paese.

Forza Zena e non molliamo !

Stefania Cavallo

20 agosto 2018