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LE PAROLE FUSIONEAssemblea pubblica NO FUSIONE , 14/04/2018

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Fonte della foto : http://lamartesana.it/politica/referendum-basiano-masate-no/

Apertura del Dr. Maurizio Fogli , Presidente del Comitato del NO ed ex Assessore ai Servizi Sociali di Basiano  , segue primo intervento della sociologa Dott.ssa Stefania Cavallo (il mio)  e secondo intervento del Dr Paolo Moretti , ex-Sindaco di Basiano , infine gli interventi dal pubblico .

Il mio discorso vuole  lanciare questo appello finale:

“Se non vi siete trovati bene con la vostra amministrazione , se avete avuto problemi che non hanno ricevuto ascolto nel luogo che era deputato a trovare soluzioni o alternative , non bisogna continuare ad aiutare chi oggi vuole la Fusione , con premesse/promesse inesistenti. Ne riparleremo con idee nuove, col sociale, con iniziative e misure attente alle persone . Grazie per l’attenzione”. Stefania Cavallo

NO! No Fusione

I° Intervento :   “Fusione” vuol dire incontro con l’altro. Questo è uno sguardo al cambiamento che va costruito nella quotidianità”

Ecco di seguito il mio intervento integrale :

Testimone del NO :

IL MIO NO CONVINTO ALLA FUSIONE DI BASIANO CON MASATE

Bisogna saper indagare i tessuti sociali delle comunità che abitiamo,

chi le amministra e conoscere le relazioni tra le persone

 “Fusione” vuol dire incontro con l’altro. Questo è uno sguardo al cambiamento che va costruito nella quotidianità

 

Questo mio intervento parte da un’esperienza autobiografica e vuole raccontare con lenti di tipo social-sociologico il mio NO alla Fusione delle nostre due comunità.

Le mie argomentazioni vanno al di là dei numeri , seppur importanti , perché parlo di “tessuto sociale” e di comunità , di persone e non esistono scelte politiche che esulino dal considerare “le persone” , le ricadute sociali e locali in termini di benefici che gli stessi cittadini possano avere.

Intanto, vorrei ricordare che i “NO aiutano a crescere” come cita il noto pedagogista americano Asha Philips , col suo best-seller, e non è una narrazione di regole e ricette su come si fa a dire di NO, mentre i “PERCHE’ ?” , cioè il porsi degli interrogativi , aiutano a capire e ad indagare meglio l’esistente per poter fare delle scelte più consapevoli .

Ora vorrei sottolineare anche che ognuno ha un suo percorso personale ed è giusto ricordarlo, al di là di “parole” e “giudizi” a volte frettolosi di chi tende a generalizzare e confonde diversi piani e soprattutto perde di vista la dimensione umana, cioè le “persone” .

Ecco il mio contributo non può prescindere dal considerare “le persone” , quindi cosa voglia dire abitare nelle nostre comunità da diversi anni, come la sottoscritta.

Abito a Basiano dal 1980 e non mi sono mai tirata indietro quando bisognava darsi da fare per attivare iniziative che potessero creare momenti aggregativi , come quelli anche legati a temi di importante sensibilizzazione culturale e sociale.

Sono tra chi può dire, con un certo orgoglio, di aver collaborato un po’ con tutti , sia a Basiano, sia a Masate , al di là delle posizioni partitiche opposte e dei vari personalismi , posso dire di aver sempre fatto dei bei pezzi di strada con persone di elevato spessore civile, umano e di buon senso, su questioni importanti, come ad esempio il tema del “lavoro” nei momenti di crisi economica del nostro territorio.

Arrivavo da Milano, con la mia famiglia, e non ci è voluto molto a capire che tra Masate e Basiano , così come tra le due parrocchie e fuor di metafora , c’era già e c’è sempre stata una contrapposizione tra “campanili”.

Ho vissuto , come tutti, il passaggio all’Unione dei servizi tra i due comuni e le contrapposizioni storiche e personali, anche tra alcuni esponenti di una stessa realtà partitica , dei due comuni diversi, contrapposizioni che hanno continuato a protrarsi sino all’oggi.

E arriviamo all’oggi.

Oggi queste due comunità esprimono la realtà della scelta per la Fusione , un processo piuttosto lungo che di fatto coronerebbe un “matrimonio” che da un punto di vista amministrativo creerebbe un unico Comune e tutto diventerebbe UNO , quasi a ricordare qualcosa di “divino” , “Uno e indivisibile”.

Nonostante ciò a Basiano si è creato un agguerrito “Comitato del NO alla Fusione” e questo da un punto di vista sociologico mi fa pensare al fatto del PERCHE’ si dica NO alla Fusione, se c’è stata condivisione nella comunicazione tra Amministrazioni e i cittadini? Come mai nelle comunità in cui c’è coinvolgimento nel processo comunicazionale Ente-Cittadini invece non si creano comitati contrapposti?

Guardando i documenti e alcune tabelle fornite e recuperabili sul sito, dallo studio dell’ANCI, si può cogliere che le voci corrispondenti alle casse di Masate in termini di risorse economiche introitate sono sempre più basse di quelle di Basiano e allora c’è da chiedersi come mai? Come mai un comune come Masate non riesca a recuperare i suoi tributi dagli abitanti e perché sia sulla bocca di tutti che Masate si trovi in crisi economica , quindi veda come una manna la Fusione con Basiano ?

Ritengo che un conto sia potersi permettere il lusso di  contestare per ideologia o per spocchia personale ,  un conto sia  dissentire perché  si è stati informati, coinvolti  e  “tirati per la giacchetta”  da  fatti  , persone e situazioni  precise e difficilmente opinabili.

Ho avuto modo di vivere di persona, un’esperienza molto negativa a Masate , ancora imbarazzante il rievocarla, con la chiusura del circolo ACLI e ancora oggi mi chiedo come possano una comunità e un’amministrazione, che non intervengono per salvare e tutelare pezzi della propria storia,  nel riuscire culturalmente a fare un salto così , come una Fusione con un’altra comunità ? Come fa una comunità così , come Masate, a estendere il proprio sguardo all’adiacente comunità , se cancella “senza se e senza ma” realtà in cui le persone, di ogni età, si incontravano e passavano del tempo della loro vita, per scambiare momenti lieti , di condivisione di uguali interessi e svago in cui riconoscersi ?

Che siano le sole sviste verificatosi nell’ambito di questa comunità?

Ad esempio, ricordo che sarebbero dovuti arrivare a Masate finanziamenti privati ( della Moratti ecc.) per risistemare il campo sportivo, l’asilo parrocchiale e la struttura in cui risiedeva il circolo ACLI……. ma che ne è stato?

Che credibilità sul piano della storia legata alla capacità di socializzazione può portare in dote , una realtà come Masate per Basiano? Ma potrei chiedermi lo stesso di Basiano per Masate.

“Fusione tra più comunità” implica un processo di partecipazione attiva dei cittadini, il “farsi comunità” è qualcosa che si pratica e nasce dalla frequentazione di spazi comuni intergenerazionali in cui le persone possano riconoscersi e scambiare esperienze. Fusione vuol dire incontro con l’altro .

Credo di non dire nulla di nuovo se accenno al fatto che esistono due Associazioni dei pensionati, in ciascun comune,   che di norma organizzano separatamente , da quando sono nate, il pranzo di Ferragosto e quello di Natale.

In sintesi, dal punto di vista ideale ma anche più razionale, sarebbe stupido non essere favorevoli alla Fusione tra due o più comunità , come ho già detto altre volte, ma è evidente che si tratti di un’affermazione solo provocatoria , per quanto mi riguarda, perché non lo può decidere un Ente dall’alto, magari per sistemare i propri conti, per illudere e illuderci che i tanti soldi che arriveranno per questa operazione sistemeranno tutto e creeranno comunità più virtuose , perché non funziona così!

Perché è qualcosa che si decide dal basso e cioè lo decidono i cittadini e saranno i cittadini a pronunciarsi a riguardo il prossimo 22 aprile.

In discussione , per quanto mi riguarda, è la messa in opera di un “processo non collettivo di partecipazione” , in cui i cittadini avrebbero potuto essere veramente parte attiva di decisioni importanti del cambiamento che li riguarda da vicino . Cosa che non è avvenuta.

Ora , i tempi sono pronti perché i cittadini possano fare la differenza.

A votare a questo Referendum , senza quorum necessario di partecipazione, saranno gli stessi cittadini, di Basiano e di Masate, che conoscono bene le proprie comunità, e mi auguro abbiano memoria delle promesse non mantenute e magari non ancora realizzate da parte di questi amministratori e in questi anni mi auguro abbiano imparato a prendere le misure , abbiano conosciuto meglio questi amministratori, rispetto a ciò che potevano fare e purtroppo non hanno voluto fare per oculata strategia, peggio se per non-curanza, peggio ancora se per indifferenza e oblio di quel sentimento del “farsi comunità” del quale magari amano “bearsi” , in maniera funzionale , ma che poi   non sanno realizzare concretamente , in maniera autentica, per “n” motivi , e   preferisco lasciare a tutti voi decidere se si tratti di   incompetenza politica e/o di scarsa sensibilità umana e sociale.

“La cultura è ciò che ci permette di riconoscerci gli uni negli altri “ cita il noto giurista costituzionalista Gustavo Zagrebelsky.

La cultura serve a renderci conto di dove siamo , così come da dove veniamo e dove andiamo , no? Comprendere e comprenderci , non come fatto individuale ma collettivo .

Che posto ha la cultura nella vita di una società? La cultura fa sì che molte persone che non si conoscono di fatto però si riconoscono come partecipi in qualcosa di comune , ad esempio nel patrimonio artistico o nel patrimonio locale ecc. .

Cultura vuol dire esercizio della democrazia.

Stefania Cavallo

14 aprile 2018

 

 

II° Intervento del Dottor Paolo Moretti , ex-sindaco di Basiano 2009-2014

Riflessioni su  Dati estratti dallo Studio per la fusione dei Comuni di Basiano e Masate (ANCI) http://www.unione.basianomasate.mi.it

 

Confronto vuol dire esercizio della democrazia!

Fusione è partecipazione

Quello su cui bisogna riflettere a livello politico è il senso di responsabilità sulle conseguenze delle azioni che i dirigenti politici fanno, bisogna concentrarsi su questo.

Nel 2016, dissi che ero per la “fusione”, era ovviamente una provocazione e lo si evince da tutto il pezzo che ho scritto all’epoca (https://www.facebook.com/groups/209869342550182/permalink/602830539920725/), inoltre non ero né amministratore politico in comune, né esponente della minoranza ed ero uscita di scena, dopo aver perso le lezioni amministrative del 2014 con la mia “mitica” lista civica.

Da sempre, sono molto sensibile alla questione “culturale” che calza molto bene in tema di quali siano le premesse per un reale processo di “condivisione” di eventuali cambiamenti proposti ai cittadini :

“La cultura è ciò che ci permette di riconoscerci gli uni negli altri “ cita  Gustavo Zagrebelsy.

Qui il senso è che la Cultura serve a renderci conto di dove siamo , così come da dove veniamo e dove andiamo.  Comprendere e comprenderci , non come fatto individuale ma collettivo .

Quale la sfida culturale e del welfare sociale  per la nostra comunità ?

La cultura fa sì che molte persone che non si conoscono di fatto   però si riconoscano come partecipi in qualcosa di comune , ad esempio nel patrimonio locale , così come in una mutualità di valori sociali condivisi.

Nell’idea di “Fusione” che ci vogliono far credere già realizzata, domandiamoci anche : “Che posto ha la cultura , il lavoro, la società , i diritti civili , i nuovi bisogni di socialità , l’ambiente e  la tutela di tutto questo ?”

 

Ho accennato all’Associazione EMA Pesciolino Rosso di Papà Gianpietro che molto sta facendo per i nostri giovani e adolescenti insieme a Carolina Bocca (trovate un mio contributo sempre su questo blog:https://stefaniacavallo.wordpress.com/2018/03/31/soffia-forte-il-vento-nel-cuore-di-mio-figlio-carolina-bocca/)

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Stefania Cavallo

14 aprile 2018

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Bisogna saper indagare i tessuti sociali delle comunità che abitiamo, chi le amministra e conoscere le relazioni tra le persone
“Fusione” vuol dire incontro con l’altro. Questo è uno sguardo al cambiamento che va costruito nella quotidianità
Questo mio intervento parte da un’esperienza autobiografica e vuole raccontare con lenti di tipo social-sociologico il mio NO alla Fusione delle nostre due comunità. Le mie argomentazioni vanno al di là dei numeri , seppur importanti , perché parlo di “tessuto sociale” e di comunità , di persone e non esistono scelte politiche che esulino dal considerare “le persone” , le ricadute sociali e locali in termini di benefici che gli stessi cittadini possano avere.
Intanto, vorrei ricordare che i “NO aiutano a crescere” come cita il noto pedagogista americano Asha Philips , col suo best-seller, e non è una narrazione di regole e ricette su come si fa a dire di NO, mentre i “PERCHE’ ?” , cioè il porsi degli interrogativi , aiutano a capire e ad indagare meglio l’esistente per poter fare delle scelte più consapevoli . Ora vorrei sottolineare anche che ognuno ha un suo percorso personale ed è giusto ricordarlo, al di là di “parole” e “giudizi” a volte frettolosi di chi tende a generalizzare e confonde diversi piani e soprattutto perde di vista la dimensione umana, cioè le “persone” . Ecco il mio contributo non può prescindere dal considerare “le persone” , quindi cosa voglia dire abitare nelle nostre comunità da diversi anni, come la sottoscritta.
Abito a Basiano dal 1980 e non mi sono mai tirata indietro quando bisognava darsi da fare per attivare iniziative che potessero creare momenti aggregativi , come quelli anche legati a temi di importante sensibilizzazione culturale e sociale. Sono tra chi può dire, con un certo orgoglio, di aver collaborato un po’ con tutti , sia a Basiano, sia a Masate , al di là delle posizioni partitiche opposte e dei vari personalismi , posso dire di aver sempre fatto dei bei pezzi di strada con persone di elevato spessore civile, umano e di buon senso, su questioni importanti, come ad esempio il tema del “lavoro” nei momenti di crisi economica del nostro territorio (tema sul quale il Pd latitava …….infatti organizzai  una serie di incontri con Sel  ed esponenti della sinistra locale).
Arrivavo da Milano, con la mia famiglia, e non ci è voluto molto a capire che tra Masate e Basiano , così come tra le due parrocchie e fuor di metafora , c’era già e c’è sempre stata una contrapposizione tra “campanili”. Ho vissuto , come tutti, il passaggio all’Unione dei servizi tra i due comuni e le contrapposizioni storiche e personali, anche tra alcuni esponenti di una stessa realtà partitica , dei due comuni diversi, contrapposizioni che hanno continuato a protrarsi sino all’oggi.
E arriviamo all’oggi. Oggi queste due comunità esprimono la realtà della scelta per la Fusione , un processo piuttosto lungo che di fatto coronerebbe un “matrimonio” che da un punto di vista amministrativo creerebbe un unico Comune e tutto diventerebbe UNO , quasi a ricordare qualcosa di “divino” , “Uno e indivisibile”.
Nonostante ciò a Basiano si è creato un agguerrito “Comitato del NO alla Fusione” e questo da un punto di vista sociologico mi fa pensare al fatto del PERCHE’ si dica NO alla Fusione, se c’è stata condivisione nella comunicazione tra Amministrazioni e i cittadini? Come mai nelle comunità in cui c’è coinvolgimento nel processo comunicazionale Ente-Cittadini invece non si creano comitati contrapposti?
Fusione è partecipazione
Guardando i documenti e alcune tabelle fornite e recuperabili sul sito, dallo studio dell’ANCI, si può cogliere che le voci corrispondenti alle casse di Masate in termini di risorse economiche introitate sono sempre più basse di quelle di Basiano e allora c’è da chiedersi come mai? Come mai un comune come Masate non riesca a recuperare i suoi tributi dagli abitanti e perché sia sulla bocca di tutti che Masate si trovi in crisi economica , quindi veda come una manna la Fusione con Basiano ?
Ritengo che un conto sia potersi permettere il lusso di contestare per ideologia o per spocchia personale , un conto sia dissentire perché si è stati informati, coinvolti e “tirati per la giacchetta” da fatti , persone e situazioni precise e difficilmente opinabili.
Ho avuto modo di vivere di persona, un’esperienza molto negativa a Masate , ancora imbarazzante il rievocarla, con la chiusura del circolo ACLI e ancora oggi mi chiedo come possano una comunità e un’amministrazione, che non intervengono per salvare e tutelare pezzi della propria storia, nel riuscire culturalmente a fare un salto così , come una Fusione con un’altra comunità ? Come fa una comunità così , come Masate, a estendere il proprio sguardo all’adiacente comunità , se cancella “senza se e senza ma” realtà in cui le persone, di ogni età, si incontravano e passavano del tempo della loro vita, per scambiare momenti lieti , di condivisione di uguali interessi e svago in cui riconoscersi ? Che siano le sole sviste verificatosi nell’ambito di questa comunità? Ad esempio, ricordo che sarebbero dovuti arrivare a Masate finanziamenti privati ( della Moratti ecc.) per risistemare il campo sportivo, l’asilo parrocchiale e la struttura in cui risiedeva il circolo ACLI……. ma che ne è stato?
Che credibilità sul piano della storia legata alla capacità di socializzazione può portare in dote , una realtà come Masate per Basiano? Ma potrei chiedermi lo stesso di Basiano per Masate.
“Fusione tra più comunità” implica un processo di partecipazione attiva dei cittadini, il “farsi comunità” è qualcosa che si pratica e nasce dalla frequentazione di spazi comuni intergenerazionali in cui le persone possano riconoscersi e scambiare esperienze. Fusione vuol dire incontro con l’altro . Credo di non dire nulla di nuovo se accenno al fatto che esistono un’ Associazione dei pensionati e l’altra dei Volontari ( tra cui molti pensionati) , in ciascun comune, che di norma organizzano separatamente , da quando sono nate, il pranzo di Ferragosto e quello di Natale.
In sintesi, dal punto di vista ideale ma anche più razionale, sarebbe stupido non essere favorevoli alla Fusione tra due o più comunità , come ho già detto altre volte, ma è evidente che si tratti di un’affermazione solo provocatoria , per quanto mi riguarda, perché non lo può decidere un Ente dall’alto, magari per sistemare i propri conti, per illudere e illuderci che i tanti soldi che arriveranno per questa operazione sistemeranno tutto e creeranno comunità più virtuose , perché non funziona così! Perché è qualcosa che si decide dal basso e cioè lo decidono i cittadini e saranno i cittadini a pronunciarsi a riguardo il prossimo 22 aprile. In discussione , per quanto mi riguarda, è la messa in opera di un “processo non collettivo di partecipazione” , in cui i cittadini avrebbero potuto essere veramente parte attiva di decisioni importanti del cambiamento che li riguarda da vicino . Cosa che non è avvenuta.
Ora , i tempi sono pronti perché i cittadini possano fare la differenza.
A votare a questo Referendum , senza quorum necessario di partecipazione, saranno gli stessi cittadini, di Basiano e di Masate, che conoscono bene le proprie comunità, e mi auguro abbiano memoria delle promesse non mantenute e magari non ancora realizzate da parte di questi amministratori e in questi anni mi auguro abbiano imparato a prendere le misure , abbiano conosciuto meglio questi amministratori, rispetto a ciò che potevano fare e purtroppo non hanno voluto fare per oculata strategia, peggio se per non-curanza, peggio ancora se per indifferenza e oblio di quel sentimento del “farsi comunità” del quale magari amano “bearsi” , in maniera funzionale , ma che poi non sanno realizzare concretamente , in maniera autentica, per “n” motivi , e preferisco lasciare a tutti voi decidere se si tratti di incompetenza politica e/o di scarsa sensibilità umana e sociale.
“La cultura è ciò che ci permette di riconoscerci gli uni negli altri “ cita il noto giurista costituzionalista Gustavo Zagrebelsky. La cultura serve a renderci conto di dove siamo , così come da dove veniamo e dove andiamo , no? Comprendere e comprenderci , non come fatto individuale ma collettivo . Che posto ha la cultura nella vita di una società? La cultura fa sì che molte persone che non si conoscono di fatto però si riconoscono come partecipi in qualcosa di comune , ad esempio nel patrimonio artistico o nel patrimonio locale ecc. .
Cultura vuol dire esercizio della democrazia.
Comitato del NO Basiano , ecco il link su Fb :
Stefania Cavallo
2 aprile 2018

Carolina Bocca

Il più bel regalo che potete fare ai vostri figli è lasciare memoria scritta della vostra vita

 

Decido di leggere questo libro del quale conosco a grandi linee il tema che può trattare e soprattutto sono consapevole che a scriverlo è una madre che in maniera coraggiosa racconta di suo figlio che ha attraversato un periodo molto difficile della sua vita ed è riuscito a uscirne . Il titolo scelto per il libro è da questo punto di vista molto evocativo.

Già dalle prime pagine , si partecipa ad un’autoanalisi serrata di questa madre, per tutti denominata Cao, un’autoanalisi psicologica ed umana che soprattutto non perdona continue autocritiche a se stessa e le mail a Francesca , la sua psicoterapeuta, trasformano il dialogo terapeutico in uno scambio emozionale elettivo .

In maniera lucida e molto descrittiva , l’autrice ci fa entrare nella quotidianità di una famiglia come molte altre , di quelle che si definiscono “allargate”, troviamo una coppia separata, quella di Cao e il suo ex-marito Enrico, un marito e padre scomparso ad un certo punto della loro vita , e poi coppie ricostituite come quella appunto di Cao con Matteo, un compagno che per Seba, il giovane figlio e protagonista di questa storia, sarà una presenza vissuta come ostile .

Tutto sommato non ci sarebbe nulla di “non noto”, rispetto a certe narrazioni familiari che spesso ho ascoltato, se non fosse invece che da quella separazione Cao ne era uscita devastata e ad un certo punto incontriamo l’esplosione della sua rabbia, generata da un senso profondo di abbandono, di solitudine e ci arrivano diritte quelle parole , rivolte al suo ex , durante un incontro con la psicologa della comunità in cui decideranno di  portare il figlio : “Ci hai lasciati nell’incertezza morale ed economica e mi sono sobbarcata di crescere ed educare i nostri figli.” e ancora “Sei sparito e non ti sei più fatto vedere. Non pensi che il tuo comportamento abbia contribuito a scatenare i problemi con Seba?”.

Il tema centrale è quel “male di vivere” che attanaglia il figlio Seba , che lo porterà a fare uso di marjuana sino a spingersi oltre , trascinerà con sé fallimenti scolastici e nella disperazione più assoluta anche i suoi familiari , genitori , sorella e fratelli , sino a varcare la soglia della comunità terapeutica “Pellerone” , a 40 chilometri da Bergamo e 100 da Milano .

Ad un certo punto Cao, durante una camminata senza meta , in una Milano estiva, avvicinandosi ad un ragazzo che avrebbe potuto essere il figlio Seba, sedendosi a fianco a lui, gli rivolge queste parole : “Mio figlio è in comunità……Quando questo succede, per una mamma è devastante. Una mamma che ama suo figlio, che ha dovuto arrendersi, perché ha capito che non ce la faceva….”.

Bellissime parole di una madre ad un giovane sconosciuto , in una sorta di confessione intima i due trovano una sintonia e Cao gli chiede “ Quante cose non dette ci sono tra te e i tuoi?” …..”Nessun genitore che ama un figlio non lo capisce . Ci sono differenze di linguaggio, ma i valori profondi, quelli che contano davvero, non hanno età. Bisogna solo sforzarsi di parlare, di condividere”.

Una storia vera a cui avvicinarsi in punta di piedi, perché “dietro ogni comportamento c’è sempre una storia” e lo credo nel profondo anche io. Cao dirà della figlia  Rachele , entrata ad un certo punto in gioco nel percorso terapeutico con tutta la famiglia, in un rapporto più stretto col fratello Seba : “ Non può più dare del drogato di merda a qualcuno, senza pensare a suo fratello”.

Cao ci accompagna lungo il percorso dell’analisi e dell’autoanalisi psicologica , terapeutica, piuttosto dura e senza sconti, ci accompagna in questa comunità con le sue regole e le mansioni esistenti all’interno, per i ragazzi : “mansioni che vengono assegnate in rapporto ai nodi psico-caratteriali che ognuno deve sciogliere e agli aspetti sui quali deve lavorare”.

Una storia biografica scritta molto bene, per le numerose e fluide emozioni , grazie ad una facilità introspettiva e una ineccepibile capacità narrativa che avvince il lettore  aprendo a nuovi scenari , nuove decodifiche del contemporaneo rapporto genitori-figli adolescenti .

Il famoso “vissero felici e contenti “, quello delle favole , come ci ricorda Cao, non è scontato : “Nella vita , il riscatto richiede un lungo e penoso cammino. La purezza passa per psicoterapia, disturbi somatici, sensi di colpa e traumi”.

Un libro, una lezione di vita, un incontro unico da conservare con immensa gratitudine per questa madre così coraggiosa e così umana nelle sue contraddizioni.

Grazie cara Cao!

Un libro vivamente consigliato per chi cerca di capire come stare vicino ai propri figli adolescenti , seguirli ed aiutarli nei loro cambiamenti e a volte nelle loro sofferenze , sapendo che come adulti :

“ciò che facciamo resta d’esempio per i figli, non ciò che diciamo”.

Alcune frasi del libro per me molto significative ed emozionanti,  parole in cui mi ci ritrovo , parlano anche a me e di me :

“Se incontro dei ragazzi, mi viene spontaneo squadrarli, cercare nei loro atteggiamenti, o nei visi, i segni del male di vivere. E in effetti, su dei giovani che di primo mattino dovrebbero essere a scuola e non lo sono, spesso questi segni sono evidenti ai miei occhi allenati, trasformati ormai in scanner tridimensionali” ;

“Non esistono formule scritte, non è vero che se ci si comporta in un modo le cose vanno così, se no vanno cosà. Il mondo è fatto di individui e ognuno è comunque artefice di una parte significativa del proprio destino. Ergo, bisogna arrivare a scrollarsi di dosso il senso di colpa. Almeno un po’, perché obiettivamente una parte dell’indole di una persona non è sotto controllo dall’esterno e perché vivere con costanti sensi di colpa ti distrugge la vita e non è utile per nessuno. Sarebbe giusto che tutte le madri che calpestano strade spinose giungano a questa consapevolezza.”;

“La vita è bella anche per questo, la nostra imperfetta natura umana ci porta ad assumere delle croci, a sentire il peso del mondo sulle spalle, poi a sdrammatizzare, se no saremmo tutti filosofi, martiri e santi. E il mondo sarebbe pallosissimo.”;

“E’ normale sentirsi perduti, come uno studente il giorno degli esami o un calciatore che sta per battere il calcio di rigore nella finale della Coppa del mondo. E’ normale avere paura, normale non sentirsi all’altezza o abbastanza forti, punto”;

“Se sai da dove arrivi, chiarisci un sacco di enigmi e dove vuoi andare non è più un dilemma.”

“Quel giorno, se non avessi incontrato qualcuno che mi tendeva la mano, non ce l’avrei fatta.”

“Sono una persona che si fa sentire, in termini di carisma positivo, di sensibilità, di passione, a volte scomoda, al limite invadente. I miei figli mi dicono che trasmetto l’ansia da prestazione.”

“In fondo è attraverso le azioni che ci facciamo conoscere, no? Sono i gesti che contano e le persone che li compiono, non i loro nomi”.

Carolina Bocca (una sorta di pseudonimo dell’autrice che ha deciso di non rivelarsi per non esporre il figlio e i familiari agli occhi del mondo e di non citare chi ha voluto essere lasciato fuori) è volontaria dell’Associazione Ema  Pesciolino Rosso di Papà Gianpietro che  raccoglie i proventi dalla vendita dei libri, come questo che ho in breve un po’ recensito col cuore, e  che infatti si  consiglia di acquistare on line tramite l’associazione (http://www.pesciolinorosso.org/) . Di seguito un bellissimo intervento di Carolina Bocca , come i numerosi  che conduce in tante scuole in giro per  l’Italia, spesso insieme  a Papà Gianpietro :

 

31 marzo 2018

Stefania Cavallo

In questi giorni , a mio avviso c’è altro di cui vergognarsi a livello di responsabilità istituzionale e per una legge elettorale che ha creato uno scenario paradossale e appunto “vergognoso” . Questo mio sentimento di  sentirmi offesa nella mia intelligenza , così come  molti italiani  oggi  dopo le elezioni, mi ha fatto pensare di recuperare questa bella lettera  di Cederna  che dedico ovviamente a tutti , donne e  uomini , giovani e non, perché ci sia dato di “vergognarci” per reagire ancora una volta a quello a cui stiamo assistendo in questo  panorama politico e a chi ha voluto questa scellerata legge elettorale. C’è molto su cui riflettere!

 

Cederna

Giuseppe Cederna, “Mi vergogno a testa alta”, messaggio letto da Franca Rame il 13 febbraio 2011 alla manifestazione “Se non ora, quando?” in difesa della dignità femminile, che ha radunato un milione di manifestanti nelle piazze di tutta Italia.

Fonte: http://www.libreidee.org/2011/02/cederna-mi-vergogno-di-chi-non-si-vergogna-di-questa-italia/

Rame

 

“MI VERGOGNO A TESTA ALTA”

di Giuseppe Cederna

 

Nella testa ho due voci, due musiche, due biglietti nel portafoglio: “mi vergogno” e “a testa alta”. Li leggo quasi sempre di seguito, li leggo ogni giorno. Mi vergogno di non riuscire a leggere i giornali; mi sforzo, ma non ci riesco più – be’, non tutti: qualcuno ovviamente lo leggo. Non riesco più a guardare la televisione, ma di questo non mi vergogno: mi vergogno dello schifo che mi fa questa politica; mi vergogno del Capo, mi vergogno dei servi, mi vergogno delle menzogne sulle facce, nelle voci; mi vergogno quando li vedo, mi vergogno quando li sento parlare, mi vergogno di non riuscire a pensare al mio paese senza vergogna.

Mi vergogno di non riuscire a chiamarlo “mio”, questo paese. Mi vergogno di un paese senza testa. Mi vergogno di capire quello che sta succedendo e di accettare la mia impotenza senza urlare di rabbia e di sdegno. Mi vergogno di svegliarmi ogni mattina sperando sia successo qualcosa. Che novità ci sono? Nulla. Si nuota con un po’ più di affanno nella solita melma.

Mi vergogno a casa, mi vergogno all’estero. Mi vergogno di chi non si vergogna. Mi vergogno di non vergognarmi abbastanza. Mi vergogno per le donne costrette ad indossare il Burqa, mi vergogno per quelle che allegramente si tolgono le mutande intascando la busta pesante. Mi vergogno per le donne usate, umiliate, sfruttate, i giovani senza lavoro, i cassintegrati, i disoccupati, i disperati, gli immigrati .

Basta, su la testa! Donne, uomini: difendiamo la nostra dignità. Un popolo che non ha dignità è un popolo privo di tutto – della conoscenza, dell’orgoglio, della solidarietà – ed è giustamente degno di trovarsi governato da fantocci rimpolpati di vuoto.

 

 

Stefania Cavallo

15 marzo  2018

 opuscolo Papà Gianpietro- 2 -

I tuoi figli non sono figli tuoi, sono figli e le figlie della vita stessa. Tu li metti al mondo, ma non li crei. Sono vicini a te, ma non sono cosa tua. Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee, perché essi hanno le loro proprie idee. Tu puoi dare loro dimora al loro corpo, non alla loro anima, perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire, dove a te non è dato entrare, neppure col sogno. Puoi cercare di somigliare a loro, ma non volere che essi somiglino a te, perché la vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri. Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

Kahlil Gibran (Gibran Khalil Gibran)

 Papà Gianpietro

Tu non perdi veramente tutto finché non perdi te stesso

 

Ore 20,15 Inzago, parcheggio la mia auto vicino al Teatro del Giglio, dove tra poco inizia una serata organizzata dalle Parrocchie S. Maria Assunta e S. Maria Ausiliatrice di Inzago, nell’ambito del progetto “diGENERAZIONE inGENERAZIONE. I vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni”.

Aspetto qualche minuto fuori dal Teatro e poi entro, sono tra le prime persone a prendere posto , in prima fila, perché possa ascoltare bene , fare eventuali domande e poi qualche foto da inserire nel mio blog e nelle mie “narrazioni social” che spesso raccontano storie vere e possono giungere a chi non ha potuto esserci, ma in qualche modo attraverso le mie parole possa riconoscersi e parlare anche a loro, alle loro vite.

Mi siedo in prima fila e vi trovo una signora con la quale inizio a parlare , nell’attesa che la sala si riempia e incominci l’incontro col TESTIMONE Papà Gianpietro.

Questa giovane signora mi parla del suo dramma , infatti non era lì per caso o per curiosare, mi racconta senza interrompersi di sua figlia , di diciassette anni , una figlia con una malattia psichiatrica e dipendente dalla droga . Questa donna, diventata subito un’amica, mi parla della sua separazione dal marito già dipendente dalla cocaina e con altri problemi annessi , un imprenditore facoltoso , e mi racconta di come non si faccia più sentire da tempo , anche con gli altri due bimbi piccoli di 9 e 13 anni , una bimba e un bimbo, non telefona più nemmeno per gli auguri delle sacre festività.

Ascolto , rimango chiaramente molto colpita da questa storia e continuo ad ascoltare senza fiatare, con grande rispetto perché in quel momento ero stata scelta forse per questo, per raccogliere una testimonianza umana molto preziosa, come se fosse tutto preparato per questo “incontro nell’incontro”.

Il racconto continua. La figlia maggiore è sotto la tutela sanitaria dei Servizi Sociali del comune di residenza e purtroppo gli stessi operatori non fanno nulla, dicono che la ragazza deve curare innanzitutto la sua malattia psichiatrica “borderline” e poi la sua dipendenza dalle droghe; nessuna comunità la vuole se non cura la sua malattia “borderline”. Quindi ora la ragazza è a casa con la madre e i due fratellini già istruiti per chiamare il 118 , quando è necessario, quando lei diventa aggressiva; spesso esce nelle ore più disparate della giornata , non torna per giorni e la madre mi dice che sua figlia va a Milano dove si incontra con i suoi amici spesso spacciatori e alcuni di origine africana (riporto come riferitomi , senza alcun intento razzista né suo né mio) e siccome la madre non le dà soldi , lei se li procura con la prostituzione.

Questa madre, molto dignitosa, non sa più dove andare e da chi farsi aiutare , o meglio non sa più cosa fare per aiutare questa figlia che non si percepisce come ammalata e dipendente , rifiuta ogni aiuto ogni avvicinamento per aiutarla e farla uscire dalla sua condizione già molto compromessa. La madre mi dice che teme , ogni giorno, in ogni attimo, che la chiamino i Carabinieri per dirle di riconoscere il corpo della figlia.

Le chiedo come faccia a vivere così e le dico che non ci riuscirei mai, che questi drammi mettono a durissima prova . Mi dice che sua figlia per superare l’abbandono , per colmare un vuoto affettivo , prima si lesionava e poi sperimentava l’autolesionismo delle droghe.

A quel punto arriva il Testimone papà Gianpietro e la serata prende corpo , con un filo di commozione a partire dall’apertura e la proiezione di alcune scene tratte dalla bella pellicola di Nanni Moretti , “La stanza del figlio” , scene volutamente mute ma accompagnate e rese più emozionanti dal brano di Brian Eno “By this river” ,  una musica molto toccante e fondamentale per comunicare emozioni legate all’elaborazione di un lutto, la morte di un figlio, tema centrale della pellicola e dell’incontro, di seguito il link per la visione:

 

Papà Gianpietro è molto conosciuto con la sua Associazione EMA Pesciolino rosso , è spesso nelle nostre scuole , la sua storia personale è diventata pubblica, attraverso i suoi libri, e la sua missione è quella di aiutare i giovani a non perdersi , aiutare una generazione che sembra aver smarrito i propri desideri .

opuscolo Papà Gianpietro

Lo fa raccontando la sua storia di padre , una sera del 23 novembre del 2013 perde il figlio di 16 anni  che a seguito di una festa , per un acido di “una sola volta”, si butterà nel fiume, vicino casa, in uno stato di totale alterazione e morirà . Papà Gianpietro, quella notte chiamato d’urgenza, dall’unico amico rimasto del figlio Emanuele e che non era riuscito a salvarlo, arriva sul punto in cui si era buttato mortalmente il figlio , decide di non ripetere lo stesso gesto, pur disperato decide di vivere e come sappiamo cercherà di elaborare questo impossibile lutto con la sua associazione e quelli che chiama “i piccoli miracoli di Emanuele”.

Papà Gianpietro e la sua storia si trovano nei “social” , in tante interviste e incontri svolti, una speranza per tanti giovani che lo incontrano perché si sa che autentici Testimoni , come lui, “arrivano” e raggiungono le giuste corde del cuore , prima di tante parole e di tanti manuali psicologici sul tema .

RIVOLUZIONE RAP , R come Ringraziare, A come abbracci, P come Prepararsi

Queste sono le parole che mi sono portata a casa e che ho trasferito a mio figlio adolescente e ai miei giovani studenti ai quali ho raccontato di questo splendido e necessario incontro, necessario perché ci sono storie che non possono lasciare indifferenti , storie come questa di Emanuele che parlano a tutti noi , perché nella vita non si è mai pronti di fronte a certi drammi , di fronte ad un figlio che muore , siamo emotivamente impreparati .

Dico spesso che siamo tutti come degli “apprendisti” di questa vita , di fronte ai suoi imprevisti belli o brutti.

Papà Gianpietro ha conosciuto la mamma seduta vicino a me , quella mamma che è venuta proprio per poter ascoltare le sue dolci e “terapeutiche” parole e che al momento delle domande dal pubblico ha preso il microfono e ha raccontato senza reticenza e vergogna , con grande dignità e lucidità, la sua storia chiedendogli un aiuto per sua figlia, davanti a tutti , Papà Gianpietro scende dal palco e l’abbraccia forte e le parla all’orecchio con grande empatia e vicinanza emotiva .

La sala intera si stringe emozionalmente a questa madre , in questo momento di grande commozione, e si esprime in un fragoroso applauso, quasi una catarsi collettiva.

Altro colpo di scena , per me, ad un certo punto mentre pongo alcune domande a Papà Gianpietro, un po’ per rompere il ghiaccio, sulla difficoltà del mestiere del genitore e per sapere qual è il suo rapporto con i giovani , da dietro, mi salutano due miei giovani studenti che nel frattempo erano arrivati , su mio invito, e anche se in ritardo si erano materializzati con mio sommo stupore e gioia.

Il mio studente arriva in sala proprio quando sente le parole di Papà Gianpietro che dice più o meno così : ” Puoi essere alle Seychelles , in un qualsiasi luogo stupendo ma se odi non ti serve …..”. Papà Gianpietro aveva appena finito di parlare dell’inutilità dell’odio, un odio umano che sorge quando scopri che tuo figlio viene lasciato solo in quella sera indimenticabile , tutti i suoi amici , scomparsi, un odio umano che nasce dalla domanda del “perché proprio a me” e stava parlando dell’importanza del perdono, soprattutto del “perdonarsi” per trovare quella pace interiore come medicina, terapia per elaborare forti lutti e abbandoni drammatici .

Parla di ascolto , di non giudizio verso i figli , attraverso quelle parole tremende del tipo “ Mi hai deluso!” , parla di “responsabilità” dei figli separata da quella dei genitori, parla del “perdere tutto”, il sentimento della perdita , del terreno che ti frana sotto i piedi , un sentimento che Papà Gianpietro aveva già provato quel 11 settembre del 2001, quando cadono le borse e quando , all’epoca già amministratore delegato di diverse aziende quotate in borsa e nel mondo, perde tutto e poi proverà un’altra differente perdita , quella impossibile al solo pensiero e dolorosissima, quella che nessun genitore vorrebbe mai conoscere e provare , ossia la morte del proprio figlio.

Tu non perdi veramente tutto finché non perdi te stesso

L’incontro si chiude e Papà Gianpietro scende dal palco e comincia ad abbracciare tutti noi , la mamma , i miei studenti , la sottoscritta e tutti gli altri , anche chi in maniera timida aveva seguito, ma non voleva troppo mostrarsi .

Emozioni intense con papà Gianpietro , con una mamma, seduta vicina a me, e la sua storia molto pesante di fatica e dramma con la figlia.

Papà Gianpietro , molto generosamente, lascerà a tutti noi il suo numero di cellulare , in particolare alla mamma e mi auguro che questa donna possa trovare veramente un po’ di ascolto e di aiuto reale per sua figlia.

Intanto, anche noi ci siamo scambiate il numero di cellulare , la sottoscritta e la mamma , ci siamo già sentite e lei sa che ora ha una nuova autentica amica.

Grazie a Papà Gianpietro, alla mamma , ai miei studenti , a chi ha organizzato e moderato questa bella iniziativa……Grazie soprattutto ad Emanuele e al suo piccolo o grande miracolo di questa serata!

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Stefania Cavallo

8 marzo

 

 

La luce

F 14

Un giovane “eroe” in questi giorni ci ha parlato  della sua generazione e nelle sue parole gentili e pacate vi è il  rapporto della mia generazione con  la sua e sulla cronica incapacità di leggerla e decodificarla:

 “Generazione Y, Millennials, tanti nomi perché in fondo chi ci guardava da fuori non ci ha mai capito. La realtà è che siamo la generazione del -nonostante tutto-…….Siamo andati all’estero a fare esperienza perché qui le porte erano aperte solo per i “figli di” o per quelli che avevano il doppio dei nostri anni e non avevano nessuna intenzione di mollare il loro posto.

Il mondo è cambiato e allora noi siamo cambiati assieme al mondo, adattandoci ai nuovi contesti. E ora siamo diventati grandi. E vogliamo rivendicare il diritto a guidare il cambiamento di cui il Paese ha bisogno “     e ancora:

 “Noi viviamo in quest’epoca di precarietà estrema. Ci siamo adattati, sappiamo cavalcare questa tigre e vogliamo farlo con due obiettivi fondamentali: la massima qualità della vita e il massimo senso della comunità. Vogliamo un lavoro, vogliamo una famiglia, vogliamo una casa. Ma con il Sistema che c’è adesso non lo avremo mai. Bisogna cambiare e adattare al mondo che è cambiato. Noi sappiamo come farlo. La nostra parola d’ordine è una: solidarietà.”

 Gli altri guardano il futuro e vedono il buio, noi vediamo la luce”.

Nonostante tutto.

Seguirà la pubblicazione del testo integrale con citazione del suo giovane autore- “nuovo eroe”

 

 

02/03/2018

Ecco una mia recente nota col testo integrale del nuovo Premier Luigi Di Maio , un nuovo eroe :

Posted by Stefania Cavallo on Tuesday, March 6, 2018

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la  lotta  contro  il  razzismo  comincia  con  l’educazione,
infatti  si  possono educare  i  ragazzi, non  gli  adulti,
e per  questo  che  l’autore  ha  scritto pensando  con  una  preoccupazione  pedagogica

 

Un bambino non nasce razzista ma diventare razzisti è possibile. Tutto dipende dall’educazione che si riceve. Il razzista è colui che soffre di un complesso di inferiorità o superiorità. Il risultato è lo stesso, perché il suo comportamento, in un caso o nell’altro, sarà di disprezzo. E dal disprezzo la collera: il razzismo non è qualcosa di giusto o di ragionevole. I razzisti hanno paura dello Straniero, di quello che non conoscono, soprattutto se quello straniero è più povero di loro. L’uomo ha i pregiudizi: giudica gli altri ancor prima di conoscerli. È per combattere la paura che a volte l’uomo provoca la sua aggressività. Si sente minacciato e attacca. Il razzismo è sempre esistito, da quando esiste l’uomo, sotto forme diverse nelle diverse epoche. Il razzista è anche quello che scaccia lo straniero perché ne prova disgusto. In ogni caso è una discriminazione. Le razze umane non esistono. Esiste un genere umano nel quale ci sono uomini e donne con attitudini e caratteristiche differenti e variate. Non si ha il diritto di credere che per il fatto di essere di pelle bianca uno abbia qualità in più rispetto a una persona di colore. Tutti i libri sacri sono contro il razzismo. Il Corano dice che gli uomini sono tutti uguali davanti a Dio e sono differenti secondo l’intensità della loro fede. Tutte le religioni predicano la pace tra gli uomini. È fanatico chi pensa di essere il solo a possedere la verità. Si credono ispirati dallo spirito divino.

Sono pericolosi perché non danno valore alla vita altrui. Il razzismo dice: poco importa di conoscere i pregi e i difetti di una persona. Mi basta sapere che fa parte di una determinata comunità per rifiutarla. Il rispetto è essenziale. Il razzismo si sviluppa grazie alle idee preconcette sui popoli e sulle loro culture. Il razzismo nasce dalla paura, dall’ignoranza e dalla bestialità. Bisogna combattere il razzismo perché il razzista è nello stesso tempo un pericolo per gli altri e una vittima per sé stesso. Non è facile ammettere di avere sbagliato e criticare sé stessi: il razzista è prigioniero delle sue contraddizioni e non vuole venirne fuori.

Tahar Ben Jelloun “Il razzismo spiegato a mia figlia”

Per il profondo messaggio del libro Il razzismo spiegato a mia figlia (Bompiani 1998) gli è stato conferito dal segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, il Global Tolerance Award.

http://www.wuz.it/biografia/143356/Ben-Jelloun-Tahar.html

 

 

” Il  razzismo  spiegato  a  mia  figlia”  è  stato  scritto  da  Tahar  Ben  Jelloun, che  ha  avuto  l’idea  di  scrivere  questo  testo quando  andò  con  sua  figlia  alla  manifestazione  contro  il  progetto  di  legge  Debrè  sull’ingresso  e  sul  soggiorno  degli  stranieri  in  Francia. Qui  sua  figlia  gli  fece  molte  domande, inoltre  volle   sapere  perché  si  manifestasse, cosa  significassero  certi  slogan, se potesse  servire  a  qualcosa  sfilare  per  strada  protestando, eccetera. Fu  così  che  arrivò  a  parlare  di  razzismo. E ricordandosi  le  domande  e  le  riflessioni  della  figlia  iniziò  a  scrivere  le prime  pagine  di  questo  libro, cambiando  le  espressioni  complicate  e  spiegando  i  concetti  difficili. Questo  testo  è  stato  riscritto  almeno  quindici volte, per  bisogno  di  chiarezza, di  semplicità  e  di  obiettività, facendo  si  che  questo  fosse  accessibile  a  tutti, anche  se  destinato  ai  ragazzi  tra  gli  otto  e  i  quattordici  anni.. L’autore  è  partito  dal  principio  che  la  lotta  contro  il  razzismo  comincia  con  l’educazione, infatti  si  possono educare  i  ragazzi, non  gli  adulti, e per  questo  che  l’autore  ha  scritto pensando  con  una  preoccupazione  pedagogica. Questo  breve  testo  di  Tahar Ben  Jelloun  ha  avuto  davvero  la  genesi  descritta  nell’introduzione.È stato  scritto  ricostruendo  un  dialogo  nel  quale  lo  scrittore  ha  avuto  come  interlocutrici  tre  ragazzine: sua  figlia  Meriem  e  due  sue  amiche, delle  quali  Meriem  è  portavoce.

Scopo  del  colloquio  è  quello  di  chiarire  nel  modo  più  semplice  e  lineare  la  profonda  ingiustizia  del  razzismo  e  la  necessità  di  vigilare  perché  non  si  possa  affermare. Alla  domanda  di  una  ragazzina  di  dieci  anni: “Dimmi, babbo, cos’è il razzismo?” non  si  può  rispondere  ricapitolando  ponderosi  resoconti  storici, richiamando  temi  teorici  complessi  e  concettose  distinzioni  morali, ma  soltanto  riferendosi  a  questioni  ed  esempi  tratti  dal  quotidiano: la  casa, la  scuola, la televisione. Ne  viene  fuori  un  discorso  serrato  che  potrebbe  avere  luogo  in  qualsiasi  famiglia  in  un  pomeriggio  qualsiasi. Ma  leggerlo  può  lasciare  qualcosa  di  indelebile  nella  memoria   dei  ragazzi e, per  tutti  i  genitori, può  costituire  una  traccia  utile  perché  possano, a loro  volta, affrontare  l’argomento  come  si  deve. La lotta  contro il razzismo  deve  essere  un riflesso quotidiano, non bisogna mai abbassare la guardia, bisogna  cominciare cercando di dare un buon esempio e stare attenti all’utilizzo delle parole, che sono molto pericolose. Alcune di queste vengono usate per offendere o per umiliare, altre per sostenere intenzioni di discriminazione, altre sono belle e allegre. Bisogna rinunciare alle idee preconcette e bisogna eliminare le espressioni che sono portatrici di falsi ideali. La lotta contro il razzismo infatti incomincia proprio con un lavoro sul linguaggio, che richiede volontà e perseveranza, e inoltre non si deve lasciar correre o lasciar dire altrimenti il razzismo potrebbe nascere e svilupparsi anche tra le persone che avrebbero potuto evitare questo flagello. Ciascuno ha il diritto alla sua dignità, con il rispetto di ciascuno si rende omaggio alla vita ! In tutto ciò che ha di bello, di meraviglioso, di diverso e di inaspettato. Si dà testimonianza del rispetto per sé stessi trattando gli altri con dignità. E’ questo che l’autore ha voluto esprimere in modo molto semplice, e inoltre attraverso questo messaggio si è rivelata tutta la sua grande umanità e sensibilità nei confronti di una lotta contro un fenomeno che dovrà essere assolutamente eliminato per far regnare la tranquillità e l’unità tra i popoli e gli uomini del mondo!

 

Fonte: https://doc.studenti.it/vedi_tutto/index.php?h=411dbb40&correlati=true