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Archivio per marzo, 2016

La resilienza

La resilienza.

Fare l’esperienza dello scacco, conoscere il dolore

“ per fortuna ho fatto l’esperienza  del  fallimento”  (Daniel Pennac)

LAVORATORI ACROBATI

Ieri ho ricevuto un invito a partecipare  ad un incontro su questa  tematica  “la resilienza”  cioè la capacità di proteggere la propria integrità sotto l’azione di forti pressioni, quella forza interiore che consente alle persone di reagire ai colpi della vita, di risollevarsi e di ricostruirsi. La resilienza è spesso chiamata in causa per comprendere come le persone riescano a gestire le conseguenze di vicende traumatiche.

Mi sono detta subito  che potrei fare da “testimone”  su questa questione  e potrei raccontare il perché .

Il termine in questione è stato molto sdoganato da qualche tempo a questa parte  e mi capita di sentirlo usare  forse anche un po’ a sproposito , forse da chi non lo vive neppure e non l’ha mai vissuto sulla propria pelle . Ecco intanto mi verrebbe da dire che se non hai mai vissuto situazioni che ti hanno veramente messo a dura prova nella tua vita , sarà molto  difficile  capire chi invece le ha vissute  e quindi non può usare questo termine o se lo dovesse usare almeno dovrebbe  mettersi all’ascolto di queste esperienze .

Proprio l’altro giorno sentivo, in un suo video,  il noto scrittore –insegnante  francese Daniel  Pennac che raccontava come  lui dicesse  di avere  qualche conoscenza in più ,  ossia la conoscenza del dolore , rispetto ai suoi colleghi professori   (ex-bravi studenti /“bons élèves”) ,  in quanto essendo stato  a suo tempo un  “cattivo studente” aveva fatto l’esperienza del fallimento e ha  detto proprio così  “ par bonheur, j’ai fait l’expérience de l’échec”, che tradotto vuol dire  “ per fortuna, ho fatto l’esperienza  dello scacco/del fallimento”, cosa che  ha arricchito la sua formazione e approccio al suo lavoro di insegnante-professore ,  mettendolo in diretto contatto  con quegli studenti più difficili, i cosiddetti  “somari” della classe.

Il resiliente  è spesso una persona “invisibile”, silenziosa  nel suo dolore interno,  che si rende conto di avere grosse difficoltà e di sentirsi minacciato  anche  nella sua stessa sopravvivenza fisica e psichica,  ma che nonostante  questo e nel suo  sentirsi sempre in una situazione di limite e di “fine”, a volte anche della propria stessa esistenza,  non si arrende  e getta il suo sguardo e il suo cuore  oltre l’ostacolo,  aiutato dalla sua capacità intrinseca di credere che qualcosa cambierà in meglio e che la sua  situazione  è transitoria , non potrà durare a lungo, perché la sua stessa voglia di vivere e di reagire agli scacchi della vita  superano il sentimento stesso  di fallimento e di resa che lo attanagliano quotidianamente senza scampo.

 

La mia esperienza di “resiliente” doc

Nella mia invisibile “resilienza quotidiana” ,  mi vivo come persona che  in questa condizione ha trovato un “ modus vivendi “, perché si tratta spesso di convivere con una condizione di esistenza in cui la crisi economica  ha gettato me  e la mia famiglia, ma anche altre persone ,  in grossissime difficoltà e non sono difficoltà soltanto economiche o materiali ma spesso sono difficoltà  più  sottili, appunto più invisibili , che riguardano  sia la sfera più intima  sia quella  relazionale , amicale e familiare.

Nel concreto è da alcuni anni che sto lottando  con  la precarietà del lavoro sia per  quanto riguarda me che mio marito e da quando questa crisi ha attanagliato le nostre esistenze abbiamo vissuto esperienze incredibili  per non cedere mai alla disperazione  e a quel momento drammatico che è il “farla finita” .  Senza la continuità lavorativa vedi rimpicciolire molte delle tue speranze  e possibilità di realizzazione personale , perché impari a vivere alla giornata , impari a calcolare ora per ora quello che puoi permetterti  e quello che non puoi permetterti  e spesso cerchi proprio  di evitare quelle situazioni  che  non ti fanno sentire in una condizione  di conforto,  nella cosiddetta “confort- zone”,  altra  nuova parola un po’ abusata.

Perché sì certo si è resilienti , ma dentro di sé si soffre moltissimo e si è consapevoli di quanto si è fragili e lo scoprirsi  con gli altri  non sempre può aiutare , sicuramente è qualcosa che si fa solo con pochissime persone  che forse si possono contare sulle dita di una mano , quando va bene.

Essere resilienti è una bella responsabilità  perché quando ti svegli ogni giorno sai che avrai grossi problemi personali da  affrontare , non ancora risolti,  e che non potrai risolvere nel breve periodo anzi spesso pensi che non sai quando e se potrai risolvere definitivamente  , ad esempio l’assenza del lavoro , tuttavia  ti metti in moto e cominci ad affrontare  la tua giornata  con un sano realismo ma anche con quel mantra interiore che ti dice “vedrai che qualcosa cambierà , non ti preoccupare” e allora costruisci tutta una serie di azioni concrete che possano dare un senso alla  tua vita, ma ti preoccupi soprattutto  di chi ti vuole bene e degli affetti più cari perché  hai questa “responsabilità resiliente”  non solo verso te stessa ma anche verso chi ami di più  (marito e figli) .

Da “resiliente  doc”  si accettano tante situazioni che forse non accetteresti mai  in condizioni “normali” , nel senso che ad esempio  si accettano lavori  a bassissima  remunerazione  e magari non sempre  attinenti  ai tuoi studi e specializzazione, ci si butta in progetti con persone che  ti vedono solo come loro possibilità di “business” senza però condividere  l’anima del tuo lavoro e progetto , si accetta di  “lavoricchiare”  quando c’è il lavoro e quando ti chiamano e allora fai i conti velocemente perché sai che forse non ce la farai comunque  ad arrivare alla fine del mese  (a pagarti l’affitto e qualche utenza che hai già rateizzato, oppure  l’abbonamento per i mezzi dei figli,  a volte hai difficoltà a pagarti  i mezzi o la benzina per recarti a lavoro , ecc .) .

Sì essere “resilienti” è proprio una bella   fatica e responsabilità.

Credo che ogni resilienza sia diversa , o meglio il modo di  esprimerla  sia diverso però il “resiliente doc”  lo riconosci perché non ha pudore nel dirti la sua condizione (pur nel suo silenzioso dolore) e di come ce la metta tutta per non arrendersi e di come ce la metta tutta per dare un senso al suo “esserci”-“senza se e senza ma”, impegnandosi  con profonda generosità anche per gli altri  che magari hanno uguali difficoltà  se non peggiori  (perché non resilienti…) perché sa che la solidarietà  è qualcosa che può fare la differenza in certe circostanze.

Quindi, il resiliente non è da confondere con chi  si lamenta in continuazione  sulla sua condizione esistenziale -che la urla- esprimendo così  l’incapacità di  affrontare i problemi, ma è proprio l’incontrario ossia è  chi  usa  la sua  più intima energia interiore  per invertire e trasformare  il suo destino-la sua sorte ,  di chi sa che  la differenza consiste   proprio  nel  “come”   si reagisce  alle difficoltà  anche quelle più dolorose e impossibili.  Il distinguo è anche nella tipologia delle difficoltà  che si affrontano  e in particolare   mi riferisco  a quei dolori  che rientrano in vere e proprie elaborazioni del lutto, di una perdita , di un fallimento, di una grave malattia,  in buona sostanza  di  un grave  episodio , spesso,  imprevisto  che attraversa la propria vita .

Cosa mi aiuta come resiliente doc ?  Il parlarne spesso con i miei affetti più cari (come ad esempio i miei genitori , a volte  il loro aiuto concreto materiale …)  e lo scriverne .

Forse  la resilienza come qualità umana e caratteristica peculiare di alcune persone  potrebbe essere specificata  sulla carta d’identità e sul proprio curriculum  , ma   questa è ancora un’altra storia ……..

Certo l’ideale, l’auspicabile  sarebbe  poter vivere e passare ad una situazione di “non  resiliente”, nel senso di non  prevedere  più  quella necessità di mettere in campo , ogni giorno, un notevole dispendio  emotivo  per far fronte alle minacciose e continue  incertezze lavorative …..ad esempio!  

Stefania Cavallo

26 marzo 2016

Lettera aperta di un genitore su “Scuola , punizioni e finalità educative”

Lettera aperta  di un genitore  su   “Scuola ,  punizioni e finalità educative”

Per far passare il messaggio…….

Daniel Pennac

Questa non è la mia battaglia ,  né  ho partecipato  , in questi giorni, ad un  consiglio straordinario    a “titolo personale”  pur  mettendo a disposizione  la mia  umanità e competenza, bensì   ho  scelto   di  rappresentare   delle  mamme,  in quanto informata  dei fatti  accaduti in classe .

Ritengo però che  più  giorni di sospensione  ad uno studente  siano troppi   (senza citare la precisa situazione  per ovvi motivi) e  senza magari  cercare  altre soluzioni possibili e idonee,  perché per far passare  il messaggio  sarebbe  stato sufficiente uno solo .

I ragazzi fanno i loro errori , ma gli adulti/insegnanti   sembrano davvero aver smarrito la strada e l’opportunità di cogliere  questi segnali  nell’ educare ed insegnare , grazie a questi sbagli .

Se alla fine l’unica soluzione possibile rimane quella punitiva,  credo davvero che la nostra scuola  abbia  ancora molto , ma molto  da  lavorare e da fare!

 

disperato974

(Anche in questo caso , mi sento di ringraziare   la pedagogista  Irene  Auletta  

con cui mi confronto ogni tanto  e che  stimo molto per la sua sensibilità  e  competenza  )

 

Personalmente mi sono formata  alla scuola della  cosiddetta “ mediazione scolastica” , agevolata anche dal mio lavoro di “mediatrice familiare”  (scuola GeA  del Prof.  Fulvio Scaparro ;  http://www.associazionegea.it/)   quindi parlo soprattutto supportata  da un certo tipo di strumenti   e  non nego che  ci  siano  situazioni in cui molto sovente  mi scontro,  perché trovo che siano completamente  non  considerate  nella giusta dimensione ,  senza pensare  che  in contesti come quello scolastico si possono prendere ad esempio provvedimenti  sanzionatori verso i ragazzi  , si possono applicare tutte le circolari che si vuole   ……”lo si faccia”  è un diritto legittimo , ma  a queste azioni “esemplari”   bisogna affiancare   soprattutto  un lavoro di riflessione e  di rielaborazione collettiva  (ad es. del gruppo classe)  sulla responsabilità  dell’effetto delle  proprie  azioni  e rispetto degli altri ,  capire  qual è il limite  ad esempio  tra ciò che è gioco  e divertimento e ciò che invece può avere conseguenze drammatiche .   Si tratta di un lavoro “relazionale”  con percorsi di  accompagnamento   su “educazione emotiva” da svolgere  nelle scuole e nelle famiglie  in cui  si trovi   il tempo e le giuste modalità in cui gli studenti   possano riconoscere le proprie diverse emozioni  espresse nei diversi momenti della loro quotidianità , affrontando le singole situazioni specifiche in cui  ci si trovi  a vivere  sentimenti  più negativi  e/o   contraddittori  .

Di questo bisogna parlare  con i ragazzi   nelle scuole , in famiglia e nella società  salvo perdere enormi opportunità di  crescita e miglioramento  nelle relazioni  per tutti. A mio avviso chi pensa a soluzioni tradizionali  e/o rigide   corre il rischio  molto reale  di  essere un pò  anacronistico , non efficace e non risolutivo  nella relazione  adulti-ragazzi .

La mia proposta e conclusioni

La mia proposta  è quindi quella di attivare  questi momenti  di rielaborazione dell’accaduto per il “gruppo classe” col coinvolgimento  di tutti i docenti a vario titolo e per le loro  materie , magari creando  e prevedendo   anche  un momento di incontro , un percorso con più incontri  su queste tematiche   con la psicologa della scuola  (Conoscenza di sé : prendere coscienza delle dinamiche corporee, affettive e intellettuali che portano all’ affermazione della propria identità attraverso rapporti costruttivi con adulti di riferimento e coetanei ; Relazione con gli altri : sviluppare la capacità di ascolto, di dialogo e di confronto, accogliendo con la giusta misura di prudenza e di rispetto quanto dicono gli altri, di persona o attraverso la mediazione dei mass media e della rete. Elaborare, esprimere e argomentare le proprie opinioni, idee e valutazioni e possedere i linguaggi necessari per l’interlocuzione culturale con gli altri, nella società contemporanea molto caratterizzata dall’ immagine).

Chiudo  con questa metafora per me molto potente ed efficace  e che mi ha sempre aiutato nei miei momenti  più  difficili  sia nel lavoro che nella vita :

Guardare la foresta  e non l’albero 

Questa citazione del  “Vedere gli alberi e non la foresta” è la metafora che riassume il senso rivoluzionario di un  concetto profondo che indica l’errore fondamentale di credere che un insieme sia costituito solo dalla “somma” delle sue parti.   Un errore molto diffuso perché ci porta a  tenere conto di ogni singola parte senza considerarla in logica d’insieme. Oltre le singole parti, infatti, c’è  l’insieme, ovvero il sistema. Se è chiaro il significato di ogni parte, non è detto che sia altrettanto chiaro il significato di sistema e delle  sue interazioni. Passare dalla comprensione degli “alberi” alla comprensione della “foresta” richiede un salto molto difficile e soprattutto  un cambiamento radicale culturale  (Alberto Galgano ).

 

Stefania Cavallo

25 marzo  2016

 

 

DANIEL PENNAC E IL “SOMARO” ………..

 

DANIEL PENNAC E  IL “SOMARO” ………..

« nous ne sommes pas prisonniers de notre enfance et ça s’appelle evolution-  Daniel Pennac  ( Le «  somaro » qui a rèussi)

« noi non siamo prigionieri della nostra infanzia e questo si chiama evoluzione –Daniel  Pennac  (Il  “somaro” che è riuscito)

Per chi vuole sapere di più su questo scrittore -insegnante

http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=2454&biografia=Daniel+Pennac

 

Quello che mi servirà e da non fare più , come componente genitori – scuola:

illudersi di rappresentare qualcuno quando si è convocati ad un incontro in cui si è numericamente sbilanciati , capite bene che è un’offesa alla (mia ) intelligenza e non credo parteciperei più ad un’altra esperienza del genere , né perderei più una mezza giornata di lavoro o della mia vita ….mi basterebbe la comunicazione scritta della decisione , salvo eventualmente verificare che tutto sia avvenuto conformemente ….., ma questa è tutta un’altra storia !

 

BIANCA DA MORIRE di Elena Mearini

BIANCA DA MORIRE  di Elena Mearini

 Bianca da morire

 

“Io, figlia muta e invisibile , per esistere ai loro occhi

ho dovuto commettere il peggio che potessi fare”

Un  romanzo   che si legge d’un fiato , con protagonista  la  sedicenne   Bianca ,  una trama da  “noir” tanto da creare una certa  suspence  che accompagna l’intera  narrazione.

Bianca vive in una famiglia in cui è tristemente  invisibile , dove i suoi genitori e il fratello Valerio vivono invece in simbiosi , perché il fratello è destinato a diventare il grande campione di calcio sul quale investire ogni speranza e sogno di  futuro e a cui “tutto è permesso” .

Il talento di Bianca è quello di attrice e  di chi  sogna di  sfondare nel cinema  come            un’ attrice  stile anni ’20/’30, alla Greta  Garbo,  ma purtroppo  da   quando  “ i suoi genitori hanno fatto la cosa giusta”  tutto cambia  per  Bianca e per  la sua famiglia.

Seguiamo i pensieri  della  protagonista  che cambiano di continuo, un po’ come succede a questa età , in cui si  cerca indipendenza  e nello stesso tempo  si  urla di venir  riconosciuti  come identità  e in particolare  nel caso di Bianca lei avrebbe tanto voluto  che anche i suoi genitori avessero visto in lei una stella che brilla, come il fratello ,  e solo la nonna le diceva che somigliava a Greta Garbo  e   ci racconta che  “ lei vedeva le spine di una rosa nei miei capricci d’infanzia, la ruota di un pavone nelle mie giravolte sopra i sassi,  le cinque punte di una stella nelle mie dita sporche di marmellata”.

Greta_Garbo

C’è l’amore e il sesso vissuto in maniera esasperata  e molto coinvolgente , nato  nell’ambito scolastico   con Gabriele e di lui  Bianca  dirà  “Gabriele è estraneo all’esercito di sbadigli che marcia avanti e indietro per la classe..mi rendo conto di essere già ossessione per lui ”.

Si arriva al caso di cronaca nera  , non manca la riflessione sul fenomeno dilagante della violenza tra adolescenti  così come  troviamo le riflessioni dell’Arcivescovo Mons.  Birnaghi  su spiritualità , impegno, società, cultura, cambiamenti   in atto nella “sua” Milano.

“Io, figlia muta e invisibile , per esistere ai loro occhi ho dovuto commettere il peggio che potessi fare”.

Pagine di letteratura intensa che evoca  drammi  familiari  contemporanei  in cui si innesca la spirale distruttiva e autodistruttiva, mi ha ricordato anche qualche pellicola  d’autore  vista,  in cui  è ricorrente l’incapacità d’amare , quei   drammi  intensi, strazianti ed esaltanti al tempo stesso, come  un classico film americano degli anni ’70  il cui  filo conduttore  è sempre quello dei rapporti personali,  fra padre e figlio/figlia , fra le famiglie, fra persone che cercano di realizzare sé stessi.

Se avessi una figlia come Bianca , con le sue fragilità e il suo prezioso talento,  l’aiuterei  per farle spiccare il volo, senza alcun dubbio, ma questa è un’altra storia !

Ovviamente è un tema che mi sta particolarmente a cuore,  ecco perché ritengo che  ragazze, come Bianca, si possano  riconoscere in questa storia  .  In ogni famiglia, in ogni rapporto personale, c’è un vissuto, un non detto  e   il  rischio più grande è , come direbbe lo psicoterapeuta e scrittore  Paolo Crepet,  che

“i ragazzi siano costretti ad attraversare la vita in equilibrio su una corda sospesa nel vuoto. Mentre gli adulti non sembrano più in grado di alzare il loro sguardo al cielo”.

Elena Mearini  è  una scrittrice molto sensibile e talentuosa e questo  suo ultimo  romanzo  necessiterebbe sicuramente di  aprire  momenti  di  scambio e  di riflessione in famiglia e a scuola.

Stefania Cavallo

20 marzo 2016

 

 

PUNTI DI VISTA “ADULTI”

PUNTI DI VISTA  “ADULTI”

” CONOSCI TE STESSO”  Socrate

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Questi sono solo alcuni  libri su cui mi formo in continuazione …..

li ritengo fondamentali per un genitore competente e per chi ha figli in fase adolescenziale

 

Ogni tanto ci sono cose che  devono essere dette,   utilizzando vari mezzi , se ne parla e  ci  si confronta  e anche i video a volte hanno una presa più diretta.

Mi rendo conto che come genitore  competente, professionista della comunicazione , mediatrice familiare e sociale  spesso mi confronto  e mi esprimo su questioni che riguardano i giovani , gli adolescenti , il rapporto genitori-figli  e devo dire che spesso  “non ci siamo” ……a volte sono stanca  di dire alcune  cose col timore che  non  vengano colte nella maniera giusta. In questi anni mi sono formata moltissimo , agevolata anche dalla mia professione,  e  ho incontrato   esperti  stimati e importanti  in ambito socio-psico-pedagogico  e consiglio  ai genitori  non proprio  di fare altrettanto , perché ci vuole anche molta passione  per formarsi e auto-formarsi  in ambito educativo  ,   ma penso  sia un dovere  quando si hanno figli in ambito adolescenziale ….leggiamo,  informiamoci  e approfondiamo  questioni delicate che riguardano  i nostri figli , il rapporto con i social network , letture di ragazzi  definiti un po’ ai margini della  società , storie che  ci possono far riflettere  sui nostri stili educativi  sempre in continua evoluzione e aggiornamento , perché altrimenti quello che percepisco è il rischio  concreto del continuo arroccarsi di ciascun genitore  solo sul fatto che  è  “un genitore”   .

Questo a mio avviso non è più il tempo di mantenersi su queste posizioni  , in tante questioni .  La chiave è proprio questa di studiare , approfondire   situazioni che possono creare  ad esempio in  ambito   scolastico  momenti imbarazzanti  (non vi dico quando , ad es.,  si svolge il ruolo di rappresentante di classe ,  quando  mi è capitato e mi capita!)  e penso alle pagine della cronaca quotidiana  in cui leggo di quei ragazzini  che  sempre più spesso si demotivano e decidono di non andare  più a scuola.

Ci sono situazioni in cui mi scontro perché trovo che siano completamente  non  considerate  nella giusta dimensione  , senza pensare  che  in contesti come quello scolastico si possono prendere ad esempio provvedimenti  sanzionatori verso i ragazzi  , si possono applicare tutte le circolari che si vuole   ……”lo si faccia”  è un diritto legittimo , ma  a queste azioni “esemplari”   bisogna affiancare   soprattutto  un lavoro di riflessione e  di rielaborazione collettiva  (ad es. del gruppo classe)  sulla responsabilità  dell’effetto delle  proprie  azioni  e rispetto degli altri ,  capire  qual è il limite  ad esempio  tra ciò che è gioco  e divertimento e ciò che invece può avere conseguenze drammatiche .  Mi sono tenuta su alcune generalizzazioni  volutamente , perché i casi specifici e i singoli esempi  magari possono essere rievocati da ciascuno di noi .

Si tratta di un lavoro “relazionale”  con percorsi di  accompagnamento   su “educazione emotiva” da svolgere  nelle scuole e nelle famiglie  in cui  si trovino  il tempo e le giuste modalità in cui bambini e ragazzini possano riconoscere le proprie diverse emozioni  espresse nei diversi momenti della loro quotidianità , affrontando le singole situazioni specifiche  e in cui  ci si interroghi  sul “perchè ”  a volte ci si  trovi  a vivere  sentimenti  più negativi  e/o   contradittori  .

Di questo bisogna parlare  con i ragazzi   nelle scuole , in famiglia e nella società  salvo perdere enormi opportunità di  crescita e miglioramento  nelle relazioni  per tutti.   A mio avviso chi pensa a soluzioni  tradizionali e /o rigide credo sia  un pò  anacronistico , non efficace e non risolutivo  nella relazione  adulti-ragazzi.

NB :  Per eventuali  approfondimenti  sul tema rimando  a  testi che trattano di  “mediazione scolastica”  e di “maieutica dell’educazione  e del  conflitto”  .

 

Stefania Cavallo

17 marzo 2016

Il caso Spotligth:un’opportunità per aprire spazi di dialogo e confronto

Il caso Spotligth

SPOTLIGHT

Bellissimo film sull’importanza del lavoro d’inchiesta giornalistica in team ; purtroppo in alcuni ambiti si preferisce tacere anche in casi non così gravi, come quello riportato dal film ,  e nella realtà non sempre il lavoro giornalistico è all’altezza e decide di indagare e trovare la verità i cui meccanismi sono molto complessi e delicati.

Cosa mi è rimasto ……direi molte riflessioni  e forse qualche conferma rispetto ad un certo mondo clericale, dove per “clericale”  intendo quel mondo di persone  che tendono a mantenere una certa ipocrisia  e a nascondere spesso  sotto il tappeto ciò che è scomodo e rivelatore di  soprusi  e abusi  di tipo ideologico e psicologico ,  in nome di  una  spiritualità  annunciata ma in realtà solo di facciata.

Mi ha colpito, anche se non sorpresa,   di come nella rete dei preti  pedofili  , citati nel film,  fossero capitati bimbe e bimbi  che appartenevano  per lo più a ceti  umili  ed  emarginati socialmente, o con fragilità psicologiche  attinenti alla propria identità sessuale come  nel caso di  ” vittime”  gay ,   che trovavano nelle figure religiose, sicuramente una protezione e fiducia, unita ad  una sorta di supporto e di  accettazione  che non trovavano altrove  ………come  “in nome di Dio”  questi preti abbiano in realtà abusato  e approfittato di ragazzine e ragazzini   che venivano affidati loro dalle famiglie  in totale  tranquillità e fiducia ……ebbene  tutto ciò  mi ha evocato qualcosa , ossia come  sia molto facile manipolare le menti , e non solo,  di grandi e piccini    in nome di una religione, così come di un’ideologia,   in maniera totalmente normale  e senza che  ci si ribelli  subito,  ma solo dopo molto tempo  quando ormai  i danni diventano irreparabili  e devastanti , come ci racconta molto bene  la pellicola .

Mi sono identificata in questi giornalisti più giovani che ad un certo punto   per trovare la verità  e per scovare i 90 preti pedofili  (solo a Boston)  ne fanno una questione personale  e ad un certo punto la loro vita  si identifica con la loro professione  in maniera quasi ossessiva , perché  dal punto di vista umano  quello che stavano scoprendo  con enorme difficoltà  di vario tipo , non ultime le questioni  di tipo legale  e le connivenze  tra  Chiesa e centri di potere  corrotti ,  non poteva più  continuare  senza essere bloccato nella maniera più assoluta.

Anche la sottoscritta, come la maggior parte  dei  giornalisti   del film ,  ha preso le distanze da tempo dal mondo e dalla pratica  religioso-cattolica  e devo dire che  nel tempo mi vado convincendo sempre più che non è dicendo che si è dei buoni praticanti cattolici che ci si senta automaticamente a posto e in pace col mondo e con le proprie azioni  :

 

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E’  un compito difficile  quello di   cercare la verità  che si vuole tenere nascosta e affossare, perché un conto è potersi permettere il lusso di contestare per ideologia o per  spocchia personale  ma un conto è  dissentire o   far finta di “non vedere”  ciò su cui  si è stati informati , coinvolti  e  “tirati per la giacchetta” da fatti , persone e situazioni precise e difficilmente opinabili  e penso  a chi ha vissuto , sulla propria pelle, tutte queste implicazioni e ricadute devastanti per sé e per la propria famiglia  , così come è accaduto  per tutti i bimbi  abusati  e le loro  famiglie  .

Non c’è dubbio che l’informazione abbia  un’enorme responsabilità  in tutto questo  e soprattutto il giornalismo d’inchiesta  come nel caso ben descritto nella pellicola .

Mi auguro che sempre più si diffonda il sacro fuoco di questo tipo di giornalismo, di approccio  di ricerca  e curiosità per ciò  che  ci interroga  nel profondo , con ricadute  importanti  nelle nostre storie personali  e nella società ,  laddove  si voglia occultare e nascondere qualche verità necessaria  e   fondamentale per tutti .

Non dovremmo mai restare solo in superficie  su ciò che invece ci riguarda nel profondo  e in maniera totale   come esserei umani .

Un film assolutamente da vedere e su cui aprire  spazi di dialogo e confronto .

 

Stefania Cavallo

14  marzo 2016

 

 

Si fa presto a dire “bravi ragazzi “ !

Si fa presto a dire “bravi ragazzi “ !

 

“Tu lo conosci tuo figlio ?”  e ognuno  fornisce la propria risposta oppure risponde così “ Sì, certo che  mio figlio lo conosco”.

Nel  film  di Ivano De Matteo “I nostri ragazzi” ,  da angolature diverse,  l’interrogativo  che risuona  di più  in tutti noi genitori, almeno una volta nella nostra vita, è il seguente “Tu lo conosci tuo figlio ?”  e ognuno  fornisce la propria risposta oppure risponde così “ Sì, certo che  mio figlio lo conosco”.

Sul mio blog  mi sono soffermata spesso  su questo interrogativo , scrivendo  di come  i valori predominanti oggi siano  quelli dell’ “apparire”  e non dell’ “essere”    e   di come si tenda a non  soffermarsi  quasi mai su ciò che riguarda  i nostri disagi  e sul nostro mondo interiore , quasi come se  quest’altra dimensione   ci  rivelasse  ancora più fragili agli occhi degli altri.

 Virzì e De Matteo hanno fotografato , in maniera spietata e senza troppi ritocchi, anche se da zone geografiche opposte  (città brianzola / Roma) , una gioventù  degli ambienti “bene” a cui tutto in qualche modo viene concesso e perdonato  e dove la fragilità degli adulti  diventa responsabile delle azioni scellerate e criminali dei figli . Assistiamo ad una nemesi in cui le colpe dei padri ricadono sui figli , diventando ormai fatti di cronaca quotidiana .

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Sì,  stiamo assistendo increduli un po’ tutti a ciò che abbiamo appreso con la mattanza a modi  “Arancia meccanica”  avvenuta  in questi  giorni   a Roma nei confronti di  Luca Varani , ucciso in maniera atroce ,  sadica  e crudele  dai due suoi amici  , i cosiddetti “ragazzi della Roma bene” .

Tante le tragiche storie che ci evoca purtroppo questo ultimo episodio e  che  ci ricorda appunto i fatti drammatici  del Circeo ,  così come  l’omicidio  di  Meredith  Kercher , noto come il delitto di Perugia, ma anche la banda  milanese  dell’acido  e molti altri  ad opera  spesso  dei cosiddetti “bravi ragazzi” .

Ma chi sono questi “bravi ragazzi” ?

Cosa intendiamo quando diciamo “bravi ragazzi” ?

Ecco che qualche  genitore , come la sottoscritta, risponderebbe  che  “dipende…….” ,  perché si sa che è difficile per ciascun genitore  riconoscere nel  proprio figlio o nella propria figlia  il cosiddetto “mostro”  che arrivi , in un momento particolare della propria vita,  a compiere  atti così efferati  e crudeli  ……eppure succede , è successo  in alcuni casi .

Lungi da  qualsiasi moralismo su fatti che  evidentemente  non si conoscono bene a fondo ma   che  magari si conoscono per una lettura  veloce  della  cronaca , è certo che questi fatti ogni volta mi  interrogano e mi fanno riflettere come madre  e genitore su come si possa affermare di non conoscere a fondo i propri figli  , di non conoscere  chi  frequentano i propri figli , di non conoscere  le abitudini , i talenti  , le fragilità, le passioni e  ciò che amano i propri figli ?

Quante occasioni abbiamo colto o abbiamo perso per conoscere più in profondità  i nostri figli?

Quest’ultima domanda mi accompagna quotidianamente  e con un figlio  adolescente   non  sempre  passo momenti  sereni , nel senso che come ogni genitore che  tende a “prevenire anziché curare  ”   sono sempre con le antenne  tese  a cogliere quel qualcosa che a volte  potrebbe   sembrare  “una nota stonata”  e so che forse non è la cosa migliore da fare, ma non potrei mai perdonarmi di  essermi distratta  o di aver  tralasciato  qualcosa nella  relazione con mio figlio e così faccio con mio marito e i miei  più cari  affetti in generale .

Sono consapevole dei forti valori con cui sono cresciuta  , come figlia, e so che  negli stessi  sto crescendo anche  mio figlio,  sono consapevole che pur crescendo al meglio  i propri  figli non sempre questo è garanzia  di  ciò che poi  li farà diventare degli adulti  “perfetti” , passatemi il termine volutamente  sbagliato e forzato, degli adulti  emotivamente  equilibrati , donne e uomini  capaci di “stare al mondo” , di vivere in maniera autonoma  e  affettivamente  risolta la propria vita interiore  e  acquisire  quello  sguardo  sereno  e appassionato  su se stessi ,  sulla vita e  l’umanità  …………ma questo è nei  “desiderata”  su cui si lavora come genitori salvo sorprese e imprevisti di percorso, no?

La vita è anche “ imprevisto”   e anche in questo senso dovremmo  auto-formarci di più e formare i nostri figli , le nostre ragazze e ragazzi , dovremmo formarci    a gestire emotivamente   i momenti difficili  che possono capitarci e  su come  affrontare , in maniera  normale ,  sconfitte e fallimenti  ……..credo che in questo noi “adulti  di oggi”  abbiamo molta responsabilità , al di là di questa crisi , non secondaria,   che sta attraversando   i tanti ambiti della nostra società e delle  nostre  vite .

Non tutto si può controllare  e  forse  non tutto si può spiegare ,   per fortuna  aggiungo ……,   ma come adulti possiamo  sforzarci di fornire modelli credibili e sostenibili  di  “sana normalità”  e  fare in modo che  non ci siano false illusioni  di tipo consumistico in cui “tutto si può comprare” ,  “si può  ottenere”  e   in cui “tutto è possibile” ;  credo che su questi falsi miti dovremmo interrogarci di più   costruendo insieme  dei percorsi  di vita   possibili e praticabili .

Infine  , per completezza di sguardi  un pò più  specialistici  sul tema,  rimando all’articolo del noto psicoanalista e scrittore  Massimo Recalcati uscito  di recente  su  La Repubblica  :

Il ragionamento del perverso che uccide: lo abbiamo fatto solo per capire cosa si prova ad uccidere  (Massimo Recalcati) .

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/03/08/quel-male-senza-causa30.html?ref=search

 

Stefania Cavallo

9 marzo 2016