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Archivio per ottobre, 2011

LE FAMIGLIE E LE POLITICHE SOCIALI

E’ evidente che  le famiglie italiane , per la maggior parte , siano state
messe K.O.   dalla crisi  e questo non ha modificato  solo i  conti in banca
e i  consumi  , ma soprattutto ha modificato le abitudini  e le relazioni  ,
ha modificato l’atteggiamento e la visione della propria quotidianità e
della vita  ,  tanto più se ci riferiamo a coppie con bambini piccoli .
In cifre la fotografia appare impietosa: meno 2,7% del reddito disponibile.
A scattarla è l’Istat  che così fissa una prima flessione dal 1995.

Attenzione  non voglio dire che questo sia  necessariamente  un fatto solo
negativo , cerco solo di fare  un’analisi  oggettiva di ciò che è accaduto
senza  voler aggiungere giudizi  o facili strumentalizzazioni  della realtà
a favore di qualcuno .

Infatti , ora vorrei  approfondire  e circostanziare  cosa  può accadere ,
anche  a livello psicologico,   a chi   per la prima volta si trova a
doversi recare in un ufficio dei servizi sociali .

E’ evidente che in questo caso penso a persone  che d’abitudine  cercano
sempre di farcela con proprie risorse   e che inoltre non hanno una buona
considerazione di una concezione assistenzialista  dello stato  ,  però si
rendono conto  che il momento è così difficile  che decidono di
rivolgersi  ai servizi sociali  e di  chiedere quali strumenti  ci siano  a
disposizione  per avere un aiuto temporaneo in caso di problematiche legate
alla perdita di un lavoro  quindi  congiuntamente  all’impossibilità di
continuare a pagare un affitto di casa , anche elevato , o le utenze  di gas
e di elettricità ,  oppure a pagare la mensa per i propri bimbi  , ecc .

La domanda  su cui porre una riflessione  e a cui cercare delle risposte  è
proprio questa :

Oggi, quali sono gli strumenti a disposizione  per superare  il momento di
empasse  economico  personale e familiare  ?
Ci sono dei benefici  reali  che possono consentire ad una famiglia , in
queste condizioni di disagio, di avere un po’ di respiro  per poter
riprendere la giusta fiducia   e cominciare a guardare  ad un presente
(neanche ad un futuro!)    meno  ansiogeno  e preoccupato per se stessi e
per i propri figli ?

Ecco queste persone “tipo”,  che ho scelto per rappresentare meglio la
situazione ,  il più delle volte usciranno delusi , da questi uffici,   e
ancora più preoccupati  perché verrà detto loro  che   vi è già una lista
lunga di casi come il loro  , che non ci sono risorse  a disposizione  e
insomma sarà un continuo prendere tempo , però sarà possibile  tenere i
contatti  e tenersi informati perché   chissà qualcosa potrebbe cambiare !

Chi si reca in questi  luoghi pubblici  sono spesso le donne , le madri che
con la loro elevata  dignità  personale  sanno che in certe situazioni
bisogna chiedere aiuto  perché , le donne  sanno che  l’orgoglio  è un
sentimento  che va utilizzato a piccole dosi  e possibilmente eliminato
quando si è in difficoltà  , in questi casi poi c’è già una sorta di rete
tra mamme e amiche per cui  ci si sostiene quotidianamente   affinché si
cerchino le soluzioni adeguate  e senza grosso imbarazzo  si richieda quello
che occorre  per  poter garantire  ai propri figli  una vita il più
possibile  normale  e dignitosa  .

Non voglio dire che gli uomini non ne siano capaci  , ma sempre per
esperienza  personale ,  ho visto uomini anche in gamba  ed equilibrati
avere grosse difficoltà   a dover ammettere  di aver bisogno  di chiedere
aiuto in questi uffici  e non vi dico  come si sono sentiti poi trovandosi
davanti ad un impiegato   o ad un assistente sociale !

Ecco anche qui  però  vorrei sfatare alcune leggende metropolitane  e
interpretazioni   che con  superficialità ricorrente affermano   che    non
sia un vero problema , ma che siano scuse  o  una certa  vigliaccheria nel
non voler affrontare i problemi , ecc.  .

Intanto  mi viene da chiedere a costoro se sono mai andati  in questi
uffici,  loro di persona,   per una necessità di questo tipo  e quindi li
inviterei a farlo e poi a dirmi come si sono sentiti  .
Per chi non è abituato a chiedere , perché ha sempre cercato di farcela con
le proprie forze, vi garantisco che    entrare  per la prima volta  in
questi posti  comporta  un carico emotivo  notevole  soprattutto se  si è
capofamiglia  e ci si è sempre vissuti come chi  risolveva tutti i problemi
di casa e dei figli,   perché col lavoro , che ora magari non c’è più,  la
persona ha una dignità e un’autostima che spesso si viene a perdere  quando
si perde anche  il lavoro .

A tutto questo poi  si aggiunge  ciò che  può  comportare  la diffusione di
situazioni depressive ancora più gravi  con casistiche   che spesso portano
all’aumento dei   conflitti di coppia  con conseguenti  e ulteriori
separazioni ,  depressioni  che fanno ammalare le persone  perché soccombono
alla situazione perché la ritengono una “vergogna”  per loro  , un
fallimento personale e una “vergogna”  sociale  troppo forte per poter
continuare a  lottare  e  sopravvivere  o addirittura a vivere , e allora
forse è meglio ammalarsi o addirittura cercare la morte.

Chi mi conosce sa del mio positivismo  illuminato e continuo,   però  è
importante in questi momenti capire quali siano le implicazioni  di ciò che
può accadere in queste situazioni  e ,come dicono gli esperti , cogliere i
giusti segnali  perché  le persone con questa tipologia di difficoltà   non
vengano  lasciate sole  e soprattutto senza che sia fornita loro  una
speranza  di cambiamento .

La facilitatrice di buone separazioni

Ci sono professioni che faticano ad essere riconosciute soprattutto in Italia,  nonostante  il  loro valore sociale e culturale ,   e parlo del mediatore  familiare .

 

Cosa non è un m. f.  :

non è   un assistente sociale ; non è uno psicologo;  non è un terapeuta, non è un consulente ; non è un educatore ; non è un legale ; non è uno sfascia-matrimoni; non è  uno che porta via i bambini altrui .

 

Allora di seguito  ho voluto spiegare,  a mio modo,  cosa è un mediatore familiare:

 

La facilitatrice  di buone separazioni

 

L’altro giorno in libreria  ho incrociato un libro  in maniera molto veloce  che s’intitolava  “La riparatrice di matrimoni”  , un titolo immediato e  molto evocativo   e che mi è piaciuto subito  e mi sono detta    “Vedi com’è chiaro definirsi,   nella professione , come “riparatori di matrimoni”  anziché   “mediatori familiari ”  la prima definizione arriva decisamente  subito alle persone , o no?”  .  Questo fatto, solo  all’apparenza un po’ banale , ha innescato in me tutta una serie di riflessioni  sulla mia professione   e su come sia importante potersi definire in tal senso.  Questo perché  quando mi chiedono “Che lavoro fai ?”  nel rispondere “la mediatrice familiare”  già mi accorgo che  il mio interlocutore, il più delle volte,   mi guarda  con  sguardo  interrogativo  oppure mi risponde  “Sei un’assistente sociale?”  e attende da me chiarimenti in proposito , forse  non aspettandosi  poi da me tutta una “pataffiata”  (come si dice  dalle mie parti  in provincia di Milano)  in cui  addirittura  arrivo a parlargli di una “ cultura   di pacificazione delle relazioni”  e come in Italia questo approccio alternativo  ai conflitti  , quello della mediazione familiare,  sia ancora molto  poco utilizzato perché  spesso  poco  conosciuto  ai più.

Allora pensate se anch’io potessi definirmi  “la facilitatrice di  buone separazioni”  , un po’ come la mia “riparatrice di matrimoni”, forse   risulterei  anche meno minacciosa alle persone che comunque  percepisco essere sempre un po’  “diffidenti”  quando   parli di  “mediazione familiare”  .  Non è mai  facile spiegare  alle persone  che ci si può separare  in maniera civile  soprattutto  che è un dovere farlo  , quando  per uno dei due coniugi  non c’è più quel sentimento di unione  sentimentale  e  di progettualità  coniugale e tanto più se ci troviamo in presenza di figli minori   che non c’entrano  proprio  nulla con   le liti e le ripicche dei loro genitori  che non vanno più d’accordo  .

Però da oggi ho deciso che mi definirò  “facilitatrice di buone separazioni”  perché anche le parole sono importanti  e soprattutto ciò che ci definisce   è fondamentale . Non si tratta di un’operazione di semplice marketing  , come forse direbbe qualcuno,  ma si tratta di vera sopravvivenza perché  in questo ambito  professionale di frontiera  quale è  “la mediazione familiare “  si fa ancora  molta fatica a essere riconosciuti   e spesso  capita di dover  soccombere  a  definizioni  da un lato un po’ ambigue  e  dall’altro   più canonizzate  del tipo  “mediatore sociale”, “assistente sociale”  o “ psicologo” ,   per   poter  lavorare .

Lavoratori acrobati

Lavoratori   acrobati

In questo periodo  è per me un chiodo fisso  ….IL LAVORO  !

Non c’è dubbio che con la crisi  e la scusa della crisi   molti ne approfittino  e mi riferisco in particolare ai datori di lavoro che  a vario titolo  abusano   della situazione  facendo credere che  solo il fatto di poter   “offrire  lavoro”  questo costituisca già  “una ricchezza”  e lo dicono convinti  alla faccia di qualsiasi Etica  e Dignità umana .  A quale costo  umano  e sociale ?

Che rabbia !

Ogni parametro  riferito  al  merito , ai titoli di studio, all’esperienza   e quant’altro   non conta più nulla  , ciò che conta  è  spesso   l’adattarsi  ad un lavoro    spesso sottopagato  e   il più delle volte   approssimativo, possibilmente   poco importa se  negli anni prima si faceva altro ,  tanto tutto viene azzerato, avete presente la “tabula rasa” ?….ecco  anche a 50 /55 anni   devi  “regredire”   come se   iniziassi   a fare i primi passi nel mondo del lavoro e guai a far vedere che ,  insomma,   non si è  più  di “primo pelo” !

Uomini e donne , giovani e meno giovani  tutti   LAVORATORI ACROBATI , sì perché per  riuscire  a  sopravvivere  bisogna dotarsi di  grandi capacità  acrobatiche  , come  quegli atleti che  sfidano  tanti rischi   per non cadere  e che spesso  sono sprovvisti di reti di  sostegno e di salvataggio ….pensiamo a quei lavoratori  che lavorano senza una minima misura di sicurezza  e sfidano ogni giorno , ogni minuto,   la sorte  a tutela della propria  dignità umana  e credibilità sociale.

Si tratta di un sistema  di mercato  completamente e gravemente  malato   in cui  le reazioni  sociali  più visibili   sono rappresentate  ,  purtroppo  senza smentita , da un certo  individualismo   radicale   e  da  una precarietà  totalizzante e paralizzante .

La politica ha fallito nel suo compito di   sostenere  questo  momento epocale  di crisi  e  dall’altro il mercato   e gli economisti  hanno  fallito  nelle  previsioni , anche  in  quelle  più  ottimistiche ,  creando effetti a cascata devastanti  per la  società,   non solo attraverso  le  spregiudicate  speculazioni  bancarie  ma anche  nell’impoverimento oggettivo   generale della società , togliendo a  chi già aveva poco e   garantendo  se non aumentando    la ricchezza   per i  ceti  più  abbienti   e ricchi .

Ecco anche tutto questo ci ha allontanato dai problemi veri della GENTE !

Coloro che  conducono per lo più una vita  da “ACROBATI”  e di cui nessuno si  sta prendendo cura  in maniera strutturata  e  competente .

E’ arrivato il momento  di   FARE   e di  “occuparsi “ e di  “preoccuparsi “   di pensare  a soluzioni  concrete  ascoltando questi lavoratori  precari  e  i  disoccupati  e di dar loro   una   speranza  di cambiamento e in questo , come dico spesso,  ognuno di noi  può fare   la  sua parte , perché  la  società siamo noi !

PENSIERI SUL LAVORO !

PENSIERI  SUL   LAVORO    !

Per me il lavoro ovviamente  è sempre  stata   una necessità ,  non un passatempo….  oltre che un importante valore di auto-realizzazione  e di  possibilità di espressione    intellettuale-creativa.

Eppure non si finisce mai di imparare   su come ci siano persone  che   senza scrupoli utilizzino  questi  aspetti  per   manipolare  la realtà  e  costruirci sopra  utili  personali ,  in cambio  di una necessità  lavorativa  sempre più diffusa  e spesso per  la ricerca  di  un  lavoro che   ti permetta  almeno di sopravvivere  e di  poterti  riscattare , in termini di dignità  umana,  in qualche modo agli occhi della tua famiglia e della  società   .

L’ultimo  rapporto dell’ISTAT mette inequivocabilmente in luce la drammatica situazione delle donne italiane , vero e proprio ammortizzatore sociale di un welfare in via di estinzione , licenziate, costrette alle dimissioni  e quotidianamente poste di fronte alla scelta tra maternità, lavoro di cura e occupazione.

Oltre la metà delle donne italiane è inoccupata (53%); nonostante la maggiore scolarizzazione rispetto agli uomini le donne svolgono sempre lavori meno qualificati e, a parità di lavoro, percepiscono in media il 20% in meno di salario;  negli anni hanno svolto sulla loro pelle  la funzione di cavie all’interno del grande laboratorio di precarietà e atipicità estesa poi a tutto il mondo del lavoro (Fonte : http://iskra.myblog.it/archive/2011/05/27/donne-italiane-diritti-e-lavoro-rapporti-inps-e-istat.html)  .

In un suo recente articolo apparso su Repubblica (Fonte:  La Repubblica 08.09.11)  la  nota  e autorevole  sociologa  Chiara Saraceno   sottolinea  quanto segue  : “I costi della manovra saranno pagati direttamente e indirettamente in modo sproporzionato dalle donne, come lavoratrici e come principali responsabili del lavoro famigliare  (..)  .

Saranno colpite soprattutto coloro che non hanno un reddito individuale e famigliare abbastanza alto da potersi permettere di acquistare servizi sul mercato e/o che non possono contare su una rete famigliare di sostegno e più precisamente su mamme, suocere, sorelle, cognate, che possano sostituire servizi mancanti o insufficienti e accettino di farlo.
Non stupisce che nessuna voce nel governo, pur nella generale cacofonia che ha accompagnato questa manovra, non abbia sollevato queste questioni. Da notare in particolare il silenzio tombale della ministra delle Pari Opportunità, la cui utilità appare sempre più dubbia. Stupisce un po´ di più che non le abbia sollevate nessuno/a nell´opposizione, ove al più si è sentito parlare della famiglia come soggetto da difendere dai tagli . Come se, anche e soprattutto nella famiglia, la divisione del lavoro non avesse effetti differenti e disuguali sulle opportunità e i vincoli sperimentati dalle donne rispetto agli uomini (..)  le donne appaiono nell´agenda politica solo come lavoro gratuito dato per scontato (e se possibile intensificato) e come responsabili di una spesa pubblica fuori controllo.”.

Queste parole stimolano delle doverose e personali  riflessioni  come donna  e come   lavoratrice  “intellettuale precaria”  se penso  che  spesso mi  trovo  in situazioni  imbarazzanti  come il  dovermi   giustificare quando  svolgo  alcuni  progetti   a bassissimo  compenso  oppure   se non a   titolo completamente  gratuito  ,  cosa  che di fatto  oggi    non potrei  più   permettermi .

La condizione delle donne  oggi , anche  grazie  attraverso  i recenti movimenti civili,  come  quelli  delle grandi piazze  italiane  del “Se non ora quando“,    è   nuovamente  “nell’occhio del ciclone” e  in continua evoluzione ;   sempre più  ci si interroga   sia a livello sociale che politico  su come certi paradigmi   comunicazionali e politici   siano ormai  al tramonto   e pongano  il  dato reale  che  le donne  hanno   molti consigli da dare alla politica  e che  la loro   indignazione  diffusa   postuli un’altra democrazia, cominciando a non rinunciare a quella parte delle  Istituzioni  già  conquistata a caro prezzo .

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