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Archivio per agosto, 2012

Dopo una vita trascorsa in fabbrica ecco una storia “coraggio”

Dopo una vita trascorsa in fabbrica ecco una storia “coraggio” 

 

(da Lavoratori Acrobati di Stefania Cavallo)

Esordiva così una nuova amica ex-lavoratrice sul nuovo blog di Lavoratori Acrobati e a proposito del nostro nuovo mezzo per renderci visibili alle persone, una sorta di TG mensile:

“Mi piace questa iniziativa del tg mensile ma penso che conoscendo la gente del territorio ci saranno difficoltà a fare emergere certe situazioni,parlo per esperienza personale comunque mi piacerebbe parlare con Stefania Cavallo di persona per raccontare la mia storia anticipo che sono mamma di tre figli e dopo una vita trascorsa in fabbrica mi ritrovo con una pensione di invalidità 100% di 256euro al mese e iscritta nelle categorie protette alla ricerca di un lavoro idoneo alla mia situazione attuale di salute,e mio marito con un lavoro precario a contratto.
Cordialmente N.”.

Con questa dolcissima donna ci siamo incontrate nel mese scorso di ottobre e ho registrato una prima parte della sua storia di ex-lavoratrice, un racconto breve ma sufficiente per capire che questa donna è stata molto coraggiosa e che nella mia memoria rimarrà per sempre “un’amica coraggio”.

Mi ha raccontato, nella breve intervista raccolta e che potete ascoltare dal vivo al seguente link: http://chirb.it/5fMK4m dei tanti anni di lavoro come operaia in fabbrica e poi anche in ambito sco-lastico, come operatrice scolastica, sino a quando qualche anno fa , tre anni fa circa, è stata colpita al seno proprio da un cancro che si è esteso sino ai polmoni compromettendo ad un certo punto e in maniera grave la sua vita.

E’ riuscita a vivere e oggi è una donna con una forte personalità e ancora con una “grinta da vendere”, così tanto che è riuscita a perdonare tutte quelle persone che secondo lei non l’avevano aiutata né a trovare un nuovo lavoro, già perso per via della sua malattia, né forse il contesto sociale aveva ascoltato con attenzione e umanità le sue difficoltà psicologiche e fisiche di quel momento terribile della sua vita in cui non solo si  era trovata senza un lavoro, ma sul piano della salute la sua esistenza era ad un bivio cruciale tra la vita e la morte.

Ancora oggi quest’ “amica coraggio” sta cercando un lavoro nell’ambito delle categorie protette, avendo un’invalidità del 100%, e credo che si meriti ancora tanto dalla vita soprattutto per la sua forza morale e inoltre come madre ha molto a cuore il destino dei suoi tre figli minori, probabilmente già resi più maturi, rispetto agli altri loro coetanei, da questa tremenda esperienza che ha stravolto le loro vite e quella della loro famiglia.

Mi ha colpito di questa donna la sua dignità e la sua capacità di reagire alle avversità che le erano capitate, così come l’intelligenza vivace nel voler sempre progredire acquisendo nuovi mezzi per trovare un nuovo lavoro, ad esempio imparando ad usare il pc, e cercando di darsi da fare anche quando aveva dovuto fare la casalinga, un po’ in maniera forzata, nel periodo di convalescenza del suo intervento ospedaliero e con la chemioterapia, e siccome non entravano soldi in casa , perché anche il marito passava un periodo di disoccupazione, si era “arrangiata” con lavori di sartoria e cu-cito in cui era molto brava e si era specializzata da ragazza in una scuola del settore, come si suol dire “impara l’arte e mettila da parte”.

Mi ha raccontato anche come ciascuno dei suoi tre figli, una bimba e due maschi, hanno reagito tutti in maniera diversa alla situazione, quando la mamma è stata molto male e sicuramente anche loro hanno dovuto elaborare un momento difficile della loro vita perché questa mamma ad un certo
punto non li poteva più seguire e soprattutto la più piccola non poteva essere accompagnata dalla sua mamma a scuola al mattino, almeno nei primi tempi della convalescenza. Ci siamo commosse entrambe a questo punto del racconto, perché quest’ “amica coraggio” ha poi aggiunto che in realtà ha dovuto reagire molto presto al suo stato di convalescente proprio grazie alla “sua piccolina” che voleva solo la “sua mamma” ad accompagnarla a scuola… Come non comprenderla!

Un’esperienza umana incredibile che mi sarei persa se solo non avessimo avuto la reciproca possibilità di incontrarci grazie alla Rete e a questo blog. Grazie cara amica “coraggio”, per te questa dedica anche da parte dell’amica Maria Fruino:

“Le donne più forti amano i diversi, gli sbagliati, quelli che poi si rivelano incredibilmente giusti. Le donne forti amano i personaggi deboli del loro tempo, ma forti nel futuro. Le donne forti amano fermare i pianti di chi sa. Le donne forti sono forti e glielo puoi leggere addosso. Le donne forti hanno sofferto. Le donne forti non cedono per seguire altri esempi. Le donne forti si creano, ma riescono a distruggersi cercando di capire perché si sono create così. Le donne forti amano le soluzioni difficili, purtroppo capiscono che sono le uni-che. Le donne forti amano in modo diverso, amano forte. Le donne più forti il più non lo conoscono, perché il più sono loro. (E. Moon)

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Il lavoro, la poesia e la vita . Raccontando del poeta- scrittore David Whyte

Everything is Waiting for You


Your great mistake is to act the drama
as if you were alone. As if life
were a progressive and cunning crime
with no witness to the tiny hidden
transgressions. To feel abandoned is to deny
the intimacy of your surroundings. Surely,
even you, at times, have felt the grand array;
the swelling presence, and the chorus, crowding
out your solo voice You must note
the way the soap dish enables you,
or the window latch grants you freedom.
Alertness is the hidden discipline of familiarity.
The stairs are your mentor of things
to come, the doors have always been there
to frighten you and invite you,
and the tiny speaker in the phone
is your dream-ladder to divinity.
Put down the weight of your aloneness and ease into
the conversation. The kettle is singing
even as it pours you a drink, the cooking pots
have left their arrogant aloofness and
seen the good in you at last. All the birds
and creatures of the world are unutterably
themselves. Everything is waiting for you.
— David Whyte
from Everything is Waiting for You
©2003 Many Rivers Press

Fonte : http://www.davidwhyte.com/english_everything.html

Il suo sito: http://www.davidwhyte.com/home.html

Ogni cosa ti sta aspettando

Il tuo grande errore è nel recitare un dramma come se tu fossi solo.
Come se la vita fosse una continua  astuta punizione senza un testimone alle minime trasgressioni nascoste.
Ti senti abbandonato e rinneghi l’interiorità  di ciò che ti circonda.
Sicuramente, proprio tu, al tempo, hai sentito un grandioso  ordine ; una presenza  in crescendo  e un coro, lasciando fuori la tua “voce sola”  tu devi prendere nota  di ciò che il  percorso  scivoloso ti permette, o  la finestra  col chiavistello  che  ti concede la libertà.
La  (nostra)  prontezza  è la disciplina nascosta  dell’interiorità .
Le scale  sono il  tuo mentore ( guida)  delle cose che arriveranno , le porte saranno sempre lì a spaventarti e a invitarti  e il più piccolo  “parlatore”  (speaker)  al telefono è la tua  scala-sognata
per la divinità.
Butta via il peso della tua solitudine  e  calmati nella conversazione .
Il timpano sta fischiando sereno  come  a offrirti  da bere, le pentole hanno lasciato  la loro arrogante indifferenza  e finalmente  guardanti  il buono (che è ) in te  .
Tutti gli uccelli e le creature del mondo non esprimono  loro stesse .
Ogni cosa ti sta aspettando.

— David Whyte

Libera  traduzione  ,  di Stefania Cavallo

Commento

Ho provato a tradurre questa poesia  anche se l’inglese è una lingua  che ho imparato tardi  , già adulta  , in quanto la mia lingua è sempre stata il francese  , lingua alla quale mi sono molto appassionata  anche da studentessa  e che ho tradotto molto anche in seguito per esigenze lavorative.
Ultimamente sto recuperando l’inglese  per esigenze personali  e l’essermi riavvicinata a questo poeta  David Whyte   attraverso i suoi scritti  e  questa poesia scritta in inglese “Everything is Waiting for You”  mi ha spinto a voler capire  l’evoluzione del suo pensiero  rispetto a quando l’ho conosciuto di persona nel lontano ormai   febbraio 1989  durante la presentazione del libro tradotto in italiano  “Il risveglio del cuore in azienda . Poesia e preservazione dell’anima sul luogo di lavoro”  Guerini Associati  Ed..  1997, Milano , con la presentazione del mio ex-Presidente  Alberto Galgano   in occasione del 35° anniversario del Gruppo Galgano .

David Whyte  ha un bagaglio incredibile  in quanto è stato, da giovane  e per molti anni,  una guida naturalistica alla  Galapagos , da sempre poeta  e    consulente aziendale per manager  di grandi e importanti multinazionali  in giro nel mondo  , anche oggi .

“Il risveglio del cuore in azienda . Poesia e preservazione dell’anima sul luogo di lavoro” ,  fu già per me un’ importante   rivelazione  , allora   da giovane consulente d’ azienda   che si occupava di tematiche più legate alle relazioni umane , agli aspetti organizzativi  e motivazionali per  gli impiegati  all’interno delle aziende e delle realtà lavorative  pubbliche  e private;  una rivelazione incredibile perché  quest’uomo parlava già allora  dell’importanza di  “portare una parte maggiore di noi stessi nel posto di lavoro”  specialmente quegli aspetti che hanno a che fare con la nostra interiorità  e intuizione personale .
David Whyte  diceva  già all’epoca  :

“ Nell’accogliere la creazione alle sue condizioni, siamo in grado di fermare , per un prezioso instante, il nostro interminabile monologo di preoccupazione per noi stessi e di sentire la creazione parlare a qualcuno di più grande e più vasto della persona indicata dalla nostra  job description .  Noi non coincidiamo  con le nostre   job descriptions, né con le anguste e confinate prigioni che quelle descrizioni hanno costruito per noi. Non  coincidiamo con il nostro conto economico. Non coincidiamo neppure con le nostre ambizioni e aspettative di carriera . …..Ci è stato consegnato un mondo del lavoro , accettato da tutti, nel quale le cose che hanno davvero importanza per la vita umana sono state spinte ai margini della nostra cultura . Molte delle nostre presenti lotte con le organizzazioni sono legate al ricordo di ciò che è essenziale e volte a ricollocarlo al centro delle stesse vite ……Preservare l’anima nell’organizzazione significa reclamare indietro tutte quelle qualità dell’anima sacrificate sull’altare della sopravvivenza organizzativa . Proprio nell’atto di rivendicarle, la lotta personale interiore diventa un’azione politica esterna”.

David Whyte  è stato anche per molto tempo  in Asia   , sull’ Himalaya  e ha  assorbito  la filosofia orientale  e questo lo si coglie  spesso nelle sue poesie  e nei suoi scritti  , nel linguaggio che ci offre  in cui si parla moltissimo di “soul”  – anima , di “intimity”  -interiorità  e di “creativity”- creatività .
Così  come  l’utilizzo  che fa  ricorrente di fiabe e leggende legate ai miti del  mondo anglosassone , in cui  troviamo tante creature  e persone che ad un certo momento  uccidono o vengono uccise ,  come  la storia   dell’eroe  Beowulf   e della sua lotta  con i suoi mostri interiori ed  esteriori .

Dice ancora Whyte  : “  Il fiume lungo il quale navighiamo è fatto della stessa sostanza  del grande mare della nostra destinazione .  Questo  genere di approccio deve essere visto come la “grande arte” del lavorare per vivere, del ricordare ciò che è più importante nell’ordine delle priorità e il posto che occupiamo in una storia molto più vasta di quella che la nostra  job description definisce.
Altre “grandi arti” , come la poesia , possono ricordarci e incoraggiarci verso tale scopo.  Qualsiasi cosa scegliamo di fare , la posta in gioco è molto alta . Con un po’ più d’attenzione , un po’ più di coraggio e , soprattutto, un po’ di più di anima , le nostre vite possono essere facilmente  scoperte e celebrate nel lavoro e non , come adesso, sprecate e perse nella sua ombra”.

Allora accostando queste ultime  parole del poeta  alle realtà attuali  e drammatiche  di ciò che sta accadendo  nei tanti luoghi di lavoro in giro  in Italia , e non solo,  potremmo dire che  in questo preciso momento storico  vi è molta “anima”  che cerca di riaffermarsi  nelle fabbriche e nelle aziende  perché   assistiamo  alla forte richiesta di lavoratrici e  lavoratori  licenziati   nel   riprendersi il posto di lavoro  però  con  nuove condizioni per  reagire ad un sistema economico e aziendale  che in maniera spregiudicata   li considera dei “vuoti a perdere” .

Sono diversi mesi  che seguo tanti lavoratori  che presidiano  i loro posti di lavoro con l’intenzione di non mollare sino a che non vedranno  riconosciute le loro ragioni  e la  loro dignità  nel  lavoro  e come  esseri umani , credo anche che sia importante  creare un nuovo approccio culturale  ed esistenziale   che ripensi  seriamente  a quali sono le  nuove priorità   nel mondo del lavoro  e nella società   per poter uscire da questo  empasse , oltre ovviamente  a  riavviare  l’economia, la produttività    e  interventi più strutturali in materia .

Stefania Cavallo

30 agosto  2012

PROGETTO AUTO MUTUO AIUTO PER CHI HA PERSO IL LAVORO 14 settembre 20012 , CASSANO D’ADDA

PROGETTO AUTO MUTUO AIUTO
PER CHI HA PERSO IL LAVORO
14 settembre  20012 , CASSANO D’ADDA


Questa foto vuole proprio ricordare e testimoniare  quando  ho voluto attivare , già qualche anno fa a Basiano, un gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto, insieme ad alcuni genitori ,  ad amici e a qualche collega , che aveva già esperienza , e il tema  era soprattutto legato ad un percorso di incontri , organizzato con l’amministrazione comunale,  su   “ Famiglie di oggi. Nuove Famiglie e diritti dei bambini” .
A distanza di tempo  sto scoprendo che  mi stanno arrivando sempre più richieste di organizzare  questi gruppi  per chi ha perso il lavoro  e come allora mi trovo  a parlarne e a cercare di  organizzare in zona queste nuove realtà ai tempi della crisi .
L’occasione per raccogliere le adesioni  e  verificare uno spazio idoneo  può essere proprio quella  dell’incontro del 14 settembre p.v. a Cassano d’Adda  nell’ambito dell’incontro : IL LAVORO E IL PRESIDIO JABIL: UN’ESPERIENZA DI LOTTA IN CONTINUA EVOLUZIONE , PRESSO IL Salone del Centro Civico di Via Dante 4 .

Incontrare altre persone nella stessa condizione significa porsi in ascolto della propria e altrui storia, superare il senso di vuoto e isolamento, confrontarsi con altre esperienze e scambiarsi informazioni a tutto vantaggio per il  proprio benessere, per i propri  cari  e per chi è più vicino .

Insieme si potrà  approfondire  che cos’e un gruppo di auto-mutuo-aiuto e del perché di questi gruppi con problematiche diverse, delle modalità di conduzione di un gruppo così composto  e insieme  si potrà  decidere su  come procedere in merito.

Il supporto morale  e umano  in queste circostanze  è fondamentale per non soccombere  e  poter scongiurare spesso il peggio .

Chi sceglie di far parte di un gruppo a.m.a. trova un luogo dove affrontare le proprie difficoltà, dove portare liberamente il proprio vissuto con la consapevolezza che esso verrà ascoltato e che all’interno del gruppo ognuno si attiverà per trarre dal dialogo un giovamento per sé e per la collettività. Il LEGAME tra i partecipanti è la vera e grande risorsa del gruppo.

Il clima all’interno di un gruppo a.m.a. è empatico e solidale per tutti e questo, unito alla consapevolezza che ciò che verrà detto durante gli incontri non sarà per nessun motivo portato all’esterno, permette ai partecipanti di potersi aprire liberamente e serenamente: all’interno del gruppo l’atmosfera è di FIDUCIA.

La fiducia è  un sentimento centrale nella valutazione del benessere relazionale, in quanto permette di acquisire una maggiore sicurezza circa la previsione del comportamento altrui.
Ad esempio sentire fiducia verso l’altro significa provare un’emozione positiva che aumenta la probabilità di sperimentare la confidenza.
La fiducia favorisce anche l’apertura del Sé.  In questo tipo di incontri la fiducia  e’ il primo mattone per creare il giusto clima di gruppo  e negoziare  le priorità  su cui lavorare  per tutti i componenti.

Il riconoscersi figure attive all’interno del gruppo restituisce alla persona una competenza, un ruolo, un senso di sé che rappresentano già un grande passo verso il superamento del problema.

All’interno del gruppo può esistere una figura di facilitatore  col compito di catalizzare e facilitare la comunicazione , tutelando le dinamiche di gruppo.

La partecipazione ad un gruppo a.m.a. è libera e gratuita, l’impegno personale è regolato dal rispetto degli altri e dall’interesse specifico.

Info: Dr.ssa Stefania Cavallo , cell. 392/1316509 ; stefania.cavallo@alice.it ; http://www.stefaniacavallo.wordpress.com

PERDERE IL LAVORO

PERDERE IL LAVORO

Se cerchiamo il significato della parola “ PERDERE” e se utilizziamo anche dei traduttori da una lingua straniera alla nostra, potremo trovare tante interpretazioni con valenze diverse , come elencato di seguito:

perdere (fonte : http://it.thefreedictionary.com/perdere)

v tr perdere

1 restare privo di una persona Ha perso il marito in un incidente stradale. Ha perso molti clienti. 2 rimanere senza o smarrire qlco che si possedeva perdere le chiavi di casa perdere il pelo perdere la memoria 3 non fare in tempo a prendere o lasciarsi sfuggire perdere il treno perdere un’occasione perdere un concerto 4 sprecare sciupare buttare via Non farmi perdere tempo!

5 essere sconfitto in una gara, contoversia e sim. La nostra squadra ha perso all’ultimo minuto. perdere una causa Detesto perdere.

6 lasciare uscire una sostanza La ferita perde sangue. Il rubinetto continua a perdere. perdere i sensi svenire perdere la vita morire perdere di vista non vedere più perdere il filo del discorso non riuscire più a riprendere un discorso sopo averlo interrotto perdere la faccia screditarsi perdere la testa 1 diventare pazzo Ha perso completamente la testa. 2 innamorarsi follemente Ho perso la testa per quella donna.

v intr perdere

diminuire scemare subire una diminuzione perdere di significato perdere d’interesse lasciar perdere ignorare qlco / qlcu o smettere di occuparsene Lascialo perdere, non è degno di te! v intr pron perdersi 1 smarrirsi non trovare più la strada persi in un groviglio di strade 2 dileguarsi svanire perdere energia o dissolversi L’eco si perse nella valle. La sua figura si perse nella nebbia. perdersi d’animo scoraggiarsi perdersi in un bicchiere d’acqua preoccuparsi per cosa di poco conto .

La definizione che a me piace e che esprime il sentimento della perdita , inteso in senso universale, l’ho trovato (quando ho scritto il mio primo libro I Giorni perduti ) , attraverso le parole della brillante critica cinematografica e psicologa Lella Ravasi Bellocchio :

“I giorni dell’abbandono sono i giorni perduti, le ore infinite delle perdite , quelle inflitte e quelle subite , i tempi delle dure emozioni e dei sentimenti che ci hanno devastato, del malumore come aria cattiva che ci soffoca….” ( dal mio libro I Giorni perduti, pag. 57) .

In questo caso la Ravasi Bellocchio si sofferma sull’abbandono di Olga , la protagonista del bel film di Roberto Faenza del 2005 “I giorni dell’abbandono”, tratto dal libro di Elena Ferrante, che affronta con grande profondità il tema della crisi e dell’abbandono , vissuto dal punto di vista femminile .

Tutta questa premessa per dire appunto che anche quando si perde il lavoro si rivive un po’ questo vissuto di “abbandono” , di forte smarrimento emotivo proprio come quando eravamo neonati , un “abbandono” che sperimentiamo già da piccoli col ricordo ancestrale della nascita quando ci separano dal ventre materno che ci ha ospitato per ben 9 mesi , esperienza che si può replicare per adulti e bambini ed adolescenti quando appunto si perde il lavoro , o quando ci si lascia , quando mamma e papà hanno deciso di lasciarsi , di separarsi o quando si perde una persona cara , e così via .

Insieme a questo sentimento di perdita e di abbandono che si coglie in chi perde il lavoro si associano tanti sentimenti negativi che possono intaccare in maniera importante e seria la propria identità e quindi il proprio “essere” , il proprio viversi in una condizione sino ad allora sconosciuta e nuova con cui bisogna iniziare a fare i conti , ma soprattutto si tratta di una dimensione che coinvolge la nostra vita affettiva e relazionale.

Un conto è sapere che si andrà in pensione , e comunque anche a questa futura prospettiva sarebbe opportuno prepararsi in maniera adeguata, un conto è sapere che sei stato licenziato , magari senza preavviso e con una modalità poco ortodossa come quelle sempre più in uso oggi ossia, attraverso un fax …….ecco tutto ciò ,in questi casi , può essere irreparabilmente devastante .

Noi viviamo tanti momenti della nostra vita che ci possono causare dei corti circuiti , anche se momentanei, ma spesso non siamo pronti , come degli “analfabeti emotivi” , sul “come” reagire a tutto questo e soprattutto siamo facili pensare che forse , in qualche modo , siamo caduti vittime di qualche negatività astrale o simili .

Da poco ho ricevuto gli auguri di buone vacanze dalla Prof.ssa Maria Rita Parsi , una persona a me cara e amica per alcune sue iniziative che seguo da tempo in tema di Infanzia, e le sue parole sono le seguenti:

“ Ogni crisi è un’opportunità di cambiamento, un’occasione per riflettere, crescere e prendere la propria vita tra le mani per donarla a se stessi e agli altri, Prof.ssa Maria Rita Parsi Presidente Fondazione Movimento Bambino Onlus”.

E ‘ ovvio che poi ognuno elabora liberamente questi vissuti , spesso drammatici, e ritengo , come spesso ho sostenuto , che sia importante però considerare questi momenti veramente come degli ottimi spunti di riflessione personale con la consapevolezza che forse in certi casi non si può sempre far tutto da soli e che bisogna farsi aiutare per poter ritornare a recuperare un proprio equilibrio esistenziale per se stessi e per gli altri , perché

“ la cura di sé richiede una costante riflessione sulle modalità di risposta emotiva ai propri vissuti; proprio l’abitudine a tale riflessione contribuisce a mantenere e difendere un equilibrio interiore mai dato una volta per tutte, Prof.ssa Maria Martello “ .

Stefania Cavallo

24 agosto 2012

Presentazione del libro I Giorni perduti . La Mediazione familiare attraverso una proposta di Filmografia su separazione e divorzio, Ed. La Sapienza di Roma di Stefania Cavallo

I GIORNI PERDUTI   …..sono i giorni dell’abbandono , “un abbandono”  che sperimentiamo  già da piccoli  col ricordo ancestrale  della nascita quando  ci separano  dal ventre materno che ci ha  ospitato per ben 9 mesi , esperienza che si può  replicare  per  adulti e  bambini  ed  adolescenti  quando ci si lascia  , quando  mamma  e papà hanno deciso di lasciarsi  , di separarsi .

Questo è un libro in cui si è cercato di dare spazio alla “narrazione” dell’abbandono da parte di coloro che sono i principali protagonisti  delle storie  di conflittualità familiare e  di separazioni , di genitori e   figli minori  dei nostri  tempi   .

Il tutto viene raccontato seguendo le tre fasi principali del fenomeno separativo nella sua evoluzione: la crisi e l’ abbandono  , il conflitto e l’incomunicabilità della coppia  e infine l’apertura al nuovo con le “nuove famiglie” e uno  sguardo  particolareggiato nell’ultima  sezione ai  “Diritti dei bambini” .

Sono diversi gli “sguardi”  che in questo lavoro è possibile cogliere come quello della “mediazione  familiare ”   e  altri sguardi come quelli del Cinema e della Letteratura  che da sempre si occupano  di  Famiglie  e di Infanzia .

Sì “famiglie” al plurale  proprio come dice Francesca Comencini  nel suo recentissimo  bel libro  d’esordio  “Famiglie”   : “La famiglia è un gruppo di persone che si scelgono , che si amano, si appartengono e si prendono cura le una delle altre. Anche senza legame di sangue, anche senza nessun matrimonio. Io….per tutta la vita ho cercato di costruire famiglia. Ma….non so se ci sono riuscita” .

Certo anch’io  credo  che  l’affrontare  e il  parlare di questi temi  richieda una buona dose di  passione e di coraggio, oltre che una sensibilità spiccata e   un vissuto senza tregua .

Infatti attraverso questo mio lavoro  ho voluto un po’ restituire  questa mia passioni in maniera che mi auguro possa diventare un po’ contagiosa e virtuosa ,   perché  il  Cinema  non è solo una forma d’arte moderna , ma è forse uno degli strumenti  immediati  che l’uomo ha a disposizione per descrivere  la realtà  e  attraverso  i   film si possono  intercettare temi altrimenti sconosciuti e lontani dal proprio mondo, per ritrovare un po’ del proprio vissuto  e per tentare un confronto tra la propria storia  e le storie narrate ,  come dice il regista milanese  Mirko Locatelli .

Viene posta particolare attenzione al mondo dell’Infanzia   al quale ho dedicato la terza Sezione del lavoro  e come dico  anche all’inizio del testo  “per una visione del mondo più a misura di bambino”  .

Vuole essere  un contributo per i genitori  i quali possono identificarsi e specchiarsi  nelle varie storie  delle schede filmiche proposte  per poter  riflettere sulla propria personale situazione  e singolare storia  , per trovare soluzioni alternative  e magari  riuscire a gestire  e ricomporre meglio la dimensione emotiva  e dolorosa della fase  abbandonica  dell’evento separativo .

Così come nella mediazione familiare  anche in questo lavoro  sono stati messi al centro i bambini e gli adolescenti  in particolare  il loro “sguardo”  spesso sottovalutato   perché  “i bambini ci guardano”  e ci  “ascoltano”   e attraverso  le opere filmiche che  ho analizzato   è un po’ come  sentire il bisogno di  guardare più a fondo e da vicino  le condizioni  di vita  e d’anima  di quelli che saranno gli adulti  di domani  .

Altro aspetto  fondamentale   che tratto  a varie riprese è quello della  “comunicazione”  , come i genitori si dovranno relazionare in simili circostanze  con i propri figli , sul ruolo significativo e cruciale della “narrazione “ , cioè quando i genitori  spiegano ai figli il doloroso  “passaggio in corso”  della separazione  .

 

Stefania Cavallo

CHI SI RECA AI PRESIDI…..COME ME !

CHI SI RECA AI PRESIDI…..COME ME !

Da qualche tempo faccio parte anch’io di questa parte di umanità che si reca ai presidi  un po’ mossa  spontaneamente  un po’ anche chiamata  su sollecitazione  degli stessi  protagonisti di questi presidi,   ovvero le licenziate e i  licenziati   di  questi  posti .

Anche la vita nei presidi  , vista dal di fuori,  non sembra facile   e  a volte mi capita di percepire   spinte   di apertura   alla società civile  a  contrapposte spinte di chiusura  e di  autarchia   forse anche un po’ esasperata  e di allontanamento  dalla società .

Tutto umano e plausibile .

Questo però mi interroga continuamente  sul mio ruolo  e sul perché   sia importante  cercare di dare un senso  , ogni volta che posso,  alla mia partecipazione   (chiaramente parlo per me …)  a queste lotte  a sostegno  di una maggiore garanzia  sociale e civile  e  della più generale situazione  di crisi attuale ,  economica  e culturale  che ci sta   attraversando .

E ‘ chiaro , per me, che  il mio ruolo è solo quello di chi , un po’ per competenza e un po’ per   vissuto personale,   si offre spontaneamente  e generosamente  , quando possibile,  nel dare ascolto ed  aiuto  morale/ umano  a chi ha perso  il lavoro  e questo avviene secondo le modalità a me più consone,  anche attraverso il racconto e la scrittura di situazioni che rilevo  e su cui ritengo  importante   creare  della sensibilizzazione culturale e sociale .

Non so , e me lo domando  quotidianamente ,  se questo può  essere utile o meno   a chi è dentro  nei  presidi  , anche quando si condividono iniziative congiunte  e quant’altro  e  siccome non amo  l’autoreferenzialità , in senso assoluto,  mi percepisco spesso come chi  , in queste situazioni,    è in continua  attesa di  un riscontro .

Ritengo la mia presenza , portata  sempre in punta di piedi  in queste storie ,   un po’ “ancillare”   come si dice per la figura del mediatore  , ossia di chi  contribuisce a cambiare le cose  e a rallentare la tensione e/o  un po’ di  aggressività  (qualora ci sia…e normalmente ve ne è !)  …..tra due o più persone , dipende .

A questo proposito  vorrei terminare con una citazione dello scrittore Amos Oz  , per me  essenziale  anche per il mio lavoro di mediatrice sociale  , oltre che familiare ,  ed  è  un significativo passaggio.

Il 1° ottobre 2007, in un’intervista al Corriere della Sera, lo scrittore israeliano Amos
Oz parla del suo vivo interesse per le vicende private, per le storie che raccontano gli
incontri e gli scontri intimi tra gli esseri umani:

«Nei miei romanzi descrivo soprattutto le vite di singole persone. Mi piace costruire
storie in cui i rapporti familiari o i rapporti tra amici siano al centro dell’attenzione.
Rivelerò un segreto. In realtà, non parlo mai di popoli ma solo di singoli esseri
umani. Frequentemente, però, mi capita di rileggere ciò che ho scritto. E solo a
posteriori mi rendo conto che descrivendo quel particolare personaggio ho finito per
descrivere anche una famiglia, un intero quartiere, una determinata situazione
storica. Ma questa dilatazione degli orizzonti è spontanea, non è mai frutto di una
pianificazione».

Segue un altro significativo passaggio che ci spiega la profonda convinzione di Amos
Oz nell’utilità della mediazione:

«Credo profondamente nella mediazione, non tanto per un approccio di tipo politico.
È la mia esperienza privata che mi ha fatto capire che senza mediazione è difficile
concepire un rapporto tra un padre e un figlio, tra un marito e una moglie, tra un
fratello e una sorella, tra individui in generale. Bisogna partire dal fatto che gli
esseri umani sono molto diversi tra loro, e senza mediazioni non è facile trovare un
punto di incontro». «Purtroppo i giovani, che sono più idealisti, non amano la
mediazione», commenta. «La considerano un meccanismo disonesto, opportunistico:
una mancanza di integrità. Invece per me la mediazione è coesistenza, è la capacità
di vivere assieme. E questo vale per due individui, come per due popoli. Molte
persone pensano che il contrario della mediazione sia l’integrità. Invece per me il
contrario della mediazione è il fanatismo e, quindi, la morte». «Il fanatico è un
punto esclamativo che cammina. Non ha una vita privata. Appare come un altruista,
visto che si interessa soprattutto agli altri. Ma non lo fa per capire l’altro, lo fa solo
per costringere l’altro a essere ciò che lui pensa sia giusto essere. Per costoro,
nessuna forma di mediazione è possibile». Qualsiasi fanatico pensa sempre di
possedere la verità assoluta da imporre agli altri per il loro bene. «Proprio così. Ma
anch’io ho una verità assoluta. Sono convinto che sia sempre un male infliggere
dolore a qualcuno. Se dovessi sintetizzare tutti e dieci i comandamenti in un unico
comandamento, in assoluto direi: non infliggere dolore a nessuno. Questo è il punto
fermo della filosofia della mia vita. Il resto è relativo». ( dal mio libro   I Giorni Perduti , pag 39) .

Stefania Cavallo

23 agosto 2012

Dall’India all’Italia : vecchie e nuove povertà!

Dall’India   all’Italia  : vecchie e nuove povertà!

In questi giorni  mi torna spesso in mente questo parallelismo  tra vecchie e nuove povertà  e devo dire che sicuramente  ci sono molte analogie  anche tra quello che accade  nei presidi  di lotta resistente  e pacifica   di lavoratori che hanno perso  il lavoro e che mi capita di frequentare da qualche mese  a questa parte  per solidarietà   e vicinanza umana  e alcuni posti  dell’India che anche ho frequentato viaggiando  molto , per un certo periodo della mia vita,  e incontrando  un po’ i più diseredati dell’umanità  o i cosiddetti “intoccabili” .

In India ho incontrato dei missionari eroici  che hanno consumato la loro vita   in mezzo a tanta miseria , privandosi di tutto anche delle cose più necessarie, pur di aiutare  “gli ultimi” di questa terra . Questi missionari quando vedono   un connazionale sono felici e dicono che portiamo loro una ventata d’aria italiana   , della loro  patria di cui  spesso sentono nostalgia .

Queste emozioni stranamente le ho ritrovate un po’ descritte  , ed  evocative per me in tal senso,   anche da Anna Lisa Minutillo  , lavoratrice Jabil/Ex Nokia/Siemens di Cassian De Pecchi  (Milano) in un suo emozionante scritto in cui conclude dicendo così:
“  E’ Agosto, a  Cassina De Pecchi non c’ è il mare e non si respira clima di vacanza qui si va avanti a lottare senza usare forza, come hanno fatto pochi giorni fa con noi , qui si va avanti con le spalle dritte e la testa alta perché  il lavoro per noi è davvero un valore che va oltre il fatto di essere occupati o meno. Ricordatevi tutti dei lavoratori che malgrado loro si ritrovano davanti alle aziende e lottano per far si che questo non accada ad altri, ricordatevi che le grandi rivoluzioni iniziano da piccoli gesti e se vi va compitene uno andando a trovarli e facendoli sentire meno soli non immaginate nemmeno con quanta ricchezza tornerete a casa!  Da  “Un giorno normale, un giorno speciale” ,  su Facebook    di  Anna Lisa Minutillo”.

Scusate ma sono dei flash  e anche dei  flash-back  per me  importanti perché , seppur contesti diversi,    questi  appena  descritti ,  a mio avviso  stimolano  , per personale vissuto, pensieri  ed emozioni  a me molto vicine .

Scrive una missionaria  incrociata  a Madras  (Sud dell’India)  , qualche anno fa  nel 1989  ,   Vittorina Olivotto  nel suo diario  “Flash dall’India” :
“ Purtroppo viviamo  in un’epoca nella quale  la corsa  al progresso e al consumismo ci fa diventare insensibili e sordi alla voce che chiede aiuto. Fingiamo di non sentire quella voce che è nella nostra coscienza . Cerchiamo di soffocarla perché non gridi più e di dimenticarla nei divertimenti, nei guadagni facili, nelle spese pazze , assurde.”  Continua ….”  Ma noi non le sentiamo queste invocazioni d’aiuto, non vogliamo sentirle . Troppa fatica e sacrificio chinarsi in basso. Ci penserò  domani, dopodomani, fra un anno, fra dieci anni. Intanto individui come noi , muoiono di stenti, di fame , di lebbra, di emarginazione .”

Certo  molto è cambiato in Occidente  e con l’attuale crisi  , ma queste parole  colpiscono  e sono ancora molto forti  se trasferite nelle realtà  che troviamo in giro anche nelle nostre città  e nelle nostre province   , se pensiamo  alla realtà  e alle code  dei “nuovi poveri”  nelle  mense delle varie opere pie o caritas   e se pensiamo appunto  ai tanti presidi  di licenziati  e di “senza lavoro”  che troviamo in giro nella nostra penisola .

Non dovremmo mai dimenticare  che siamo parte  unica di una grande famiglia umana  e per tanta sofferenza che incontriamo  dovremmo sempre indignarci  e cercare di  essere più solidali  anche in casa nostra …..

Stefania Cavallo