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Archivio per marzo, 2018

SOFFIA FORTE IL VENTO NEL CUORE DI MIO FIGLIO , Carolina Bocca

Carolina Bocca

Il più bel regalo che potete fare ai vostri figli è lasciare memoria scritta della vostra vita

 

Decido di leggere questo libro del quale conosco a grandi linee il tema che può trattare e soprattutto sono consapevole che a scriverlo è una madre che in maniera coraggiosa racconta di suo figlio che ha attraversato un periodo molto difficile della sua vita ed è riuscito a uscirne . Il titolo scelto per il libro è da questo punto di vista molto evocativo.

Già dalle prime pagine , si partecipa ad un’autoanalisi serrata di questa madre, per tutti denominata Cao, un’autoanalisi psicologica ed umana che soprattutto non perdona continue autocritiche a se stessa e le mail a Francesca , la sua psicoterapeuta, trasformano il dialogo terapeutico in uno scambio emozionale elettivo .

In maniera lucida e molto descrittiva , l’autrice ci fa entrare nella quotidianità di una famiglia come molte altre , di quelle che si definiscono “allargate”, troviamo una coppia separata, quella di Cao e il suo ex-marito Enrico, un marito e padre scomparso ad un certo punto della loro vita , e poi coppie ricostituite come quella appunto di Cao con Matteo, un compagno che per Seba, il giovane figlio e protagonista di questa storia, sarà una presenza vissuta come ostile .

Tutto sommato non ci sarebbe nulla di “non noto”, rispetto a certe narrazioni familiari che spesso ho ascoltato, se non fosse invece che da quella separazione Cao ne era uscita devastata e ad un certo punto incontriamo l’esplosione della sua rabbia, generata da un senso profondo di abbandono, di solitudine e ci arrivano diritte quelle parole , rivolte al suo ex , durante un incontro con la psicologa della comunità in cui decideranno di  portare il figlio : “Ci hai lasciati nell’incertezza morale ed economica e mi sono sobbarcata di crescere ed educare i nostri figli.” e ancora “Sei sparito e non ti sei più fatto vedere. Non pensi che il tuo comportamento abbia contribuito a scatenare i problemi con Seba?”.

Il tema centrale è quel “male di vivere” che attanaglia il figlio Seba , che lo porterà a fare uso di marjuana sino a spingersi oltre , trascinerà con sé fallimenti scolastici e nella disperazione più assoluta anche i suoi familiari , genitori , sorella e fratelli , sino a varcare la soglia della comunità terapeutica “Pellerone” , a 40 chilometri da Bergamo e 100 da Milano .

Ad un certo punto Cao, durante una camminata senza meta , in una Milano estiva, avvicinandosi ad un ragazzo che avrebbe potuto essere il figlio Seba, sedendosi a fianco a lui, gli rivolge queste parole : “Mio figlio è in comunità……Quando questo succede, per una mamma è devastante. Una mamma che ama suo figlio, che ha dovuto arrendersi, perché ha capito che non ce la faceva….”.

Bellissime parole di una madre ad un giovane sconosciuto , in una sorta di confessione intima i due trovano una sintonia e Cao gli chiede “ Quante cose non dette ci sono tra te e i tuoi?” …..”Nessun genitore che ama un figlio non lo capisce . Ci sono differenze di linguaggio, ma i valori profondi, quelli che contano davvero, non hanno età. Bisogna solo sforzarsi di parlare, di condividere”.

Una storia vera a cui avvicinarsi in punta di piedi, perché “dietro ogni comportamento c’è sempre una storia” e lo credo nel profondo anche io. Cao dirà della figlia  Rachele , entrata ad un certo punto in gioco nel percorso terapeutico con tutta la famiglia, in un rapporto più stretto col fratello Seba : “ Non può più dare del drogato di merda a qualcuno, senza pensare a suo fratello”.

Cao ci accompagna lungo il percorso dell’analisi e dell’autoanalisi psicologica , terapeutica, piuttosto dura e senza sconti, ci accompagna in questa comunità con le sue regole e le mansioni esistenti all’interno, per i ragazzi : “mansioni che vengono assegnate in rapporto ai nodi psico-caratteriali che ognuno deve sciogliere e agli aspetti sui quali deve lavorare”.

Una storia biografica scritta molto bene, per le numerose e fluide emozioni , grazie ad una facilità introspettiva e una ineccepibile capacità narrativa che avvince il lettore  aprendo a nuovi scenari , nuove decodifiche del contemporaneo rapporto genitori-figli adolescenti .

Il famoso “vissero felici e contenti “, quello delle favole , come ci ricorda Cao, non è scontato : “Nella vita , il riscatto richiede un lungo e penoso cammino. La purezza passa per psicoterapia, disturbi somatici, sensi di colpa e traumi”.

Un libro, una lezione di vita, un incontro unico da conservare con immensa gratitudine per questa madre così coraggiosa e così umana nelle sue contraddizioni.

Grazie cara Cao!

Un libro vivamente consigliato per chi cerca di capire come stare vicino ai propri figli adolescenti , seguirli ed aiutarli nei loro cambiamenti e a volte nelle loro sofferenze , sapendo che come adulti :

“ciò che facciamo resta d’esempio per i figli, non ciò che diciamo”.

Alcune frasi del libro per me molto significative ed emozionanti,  parole in cui mi ci ritrovo , parlano anche a me e di me :

“Se incontro dei ragazzi, mi viene spontaneo squadrarli, cercare nei loro atteggiamenti, o nei visi, i segni del male di vivere. E in effetti, su dei giovani che di primo mattino dovrebbero essere a scuola e non lo sono, spesso questi segni sono evidenti ai miei occhi allenati, trasformati ormai in scanner tridimensionali” ;

“Non esistono formule scritte, non è vero che se ci si comporta in un modo le cose vanno così, se no vanno cosà. Il mondo è fatto di individui e ognuno è comunque artefice di una parte significativa del proprio destino. Ergo, bisogna arrivare a scrollarsi di dosso il senso di colpa. Almeno un po’, perché obiettivamente una parte dell’indole di una persona non è sotto controllo dall’esterno e perché vivere con costanti sensi di colpa ti distrugge la vita e non è utile per nessuno. Sarebbe giusto che tutte le madri che calpestano strade spinose giungano a questa consapevolezza.”;

“La vita è bella anche per questo, la nostra imperfetta natura umana ci porta ad assumere delle croci, a sentire il peso del mondo sulle spalle, poi a sdrammatizzare, se no saremmo tutti filosofi, martiri e santi. E il mondo sarebbe pallosissimo.”;

“E’ normale sentirsi perduti, come uno studente il giorno degli esami o un calciatore che sta per battere il calcio di rigore nella finale della Coppa del mondo. E’ normale avere paura, normale non sentirsi all’altezza o abbastanza forti, punto”;

“Se sai da dove arrivi, chiarisci un sacco di enigmi e dove vuoi andare non è più un dilemma.”

“Quel giorno, se non avessi incontrato qualcuno che mi tendeva la mano, non ce l’avrei fatta.”

“Sono una persona che si fa sentire, in termini di carisma positivo, di sensibilità, di passione, a volte scomoda, al limite invadente. I miei figli mi dicono che trasmetto l’ansia da prestazione.”

“In fondo è attraverso le azioni che ci facciamo conoscere, no? Sono i gesti che contano e le persone che li compiono, non i loro nomi”.

Carolina Bocca (una sorta di pseudonimo dell’autrice che ha deciso di non rivelarsi per non esporre il figlio e i familiari agli occhi del mondo e di non citare chi ha voluto essere lasciato fuori) è volontaria dell’Associazione Ema  Pesciolino Rosso di Papà Gianpietro che  raccoglie i proventi dalla vendita dei libri, come questo che ho in breve un po’ recensito col cuore, e  che infatti si  consiglia di acquistare on line tramite l’associazione (http://www.pesciolinorosso.org/) . Di seguito un bellissimo intervento di Carolina Bocca , come i numerosi  che conduce in tante scuole in giro per  l’Italia, spesso insieme  a Papà Gianpietro :

 

31 marzo 2018

Stefania Cavallo

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“MI VERGOGNO A TESTA ALTA”

In questi giorni , a mio avviso c’è altro di cui vergognarsi a livello di responsabilità istituzionale e per una legge elettorale che ha creato uno scenario paradossale e appunto “vergognoso” . Questo mio sentimento di  sentirmi offesa nella mia intelligenza , così come  molti italiani  oggi  dopo le elezioni, mi ha fatto pensare di recuperare questa bella lettera  di Cederna  che dedico ovviamente a tutti , donne e  uomini , giovani e non, perché ci sia dato di “vergognarci” per reagire ancora una volta a quello a cui stiamo assistendo in questo  panorama politico e a chi ha voluto questa scellerata legge elettorale. C’è molto su cui riflettere!

 

Cederna

Giuseppe Cederna, “Mi vergogno a testa alta”, messaggio letto da Franca Rame il 13 febbraio 2011 alla manifestazione “Se non ora, quando?” in difesa della dignità femminile, che ha radunato un milione di manifestanti nelle piazze di tutta Italia.

Fonte: http://www.libreidee.org/2011/02/cederna-mi-vergogno-di-chi-non-si-vergogna-di-questa-italia/

Rame

 

“MI VERGOGNO A TESTA ALTA”

di Giuseppe Cederna

 

Nella testa ho due voci, due musiche, due biglietti nel portafoglio: “mi vergogno” e “a testa alta”. Li leggo quasi sempre di seguito, li leggo ogni giorno. Mi vergogno di non riuscire a leggere i giornali; mi sforzo, ma non ci riesco più – be’, non tutti: qualcuno ovviamente lo leggo. Non riesco più a guardare la televisione, ma di questo non mi vergogno: mi vergogno dello schifo che mi fa questa politica; mi vergogno del Capo, mi vergogno dei servi, mi vergogno delle menzogne sulle facce, nelle voci; mi vergogno quando li vedo, mi vergogno quando li sento parlare, mi vergogno di non riuscire a pensare al mio paese senza vergogna.

Mi vergogno di non riuscire a chiamarlo “mio”, questo paese. Mi vergogno di un paese senza testa. Mi vergogno di capire quello che sta succedendo e di accettare la mia impotenza senza urlare di rabbia e di sdegno. Mi vergogno di svegliarmi ogni mattina sperando sia successo qualcosa. Che novità ci sono? Nulla. Si nuota con un po’ più di affanno nella solita melma.

Mi vergogno a casa, mi vergogno all’estero. Mi vergogno di chi non si vergogna. Mi vergogno di non vergognarmi abbastanza. Mi vergogno per le donne costrette ad indossare il Burqa, mi vergogno per quelle che allegramente si tolgono le mutande intascando la busta pesante. Mi vergogno per le donne usate, umiliate, sfruttate, i giovani senza lavoro, i cassintegrati, i disoccupati, i disperati, gli immigrati .

Basta, su la testa! Donne, uomini: difendiamo la nostra dignità. Un popolo che non ha dignità è un popolo privo di tutto – della conoscenza, dell’orgoglio, della solidarietà – ed è giustamente degno di trovarsi governato da fantocci rimpolpati di vuoto.

 

 

Stefania Cavallo

15 marzo  2018

LA RIVOLUZIONE RAP: RINGRAZIARE, ABBRACCIO, PREPARARSI Incontro a Inzago con Papà Gianpietro, 6 marzo 2018

 opuscolo Papà Gianpietro- 2 -

I tuoi figli non sono figli tuoi, sono figli e le figlie della vita stessa. Tu li metti al mondo, ma non li crei. Sono vicini a te, ma non sono cosa tua. Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee, perché essi hanno le loro proprie idee. Tu puoi dare loro dimora al loro corpo, non alla loro anima, perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire, dove a te non è dato entrare, neppure col sogno. Puoi cercare di somigliare a loro, ma non volere che essi somiglino a te, perché la vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri. Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

Kahlil Gibran (Gibran Khalil Gibran)

 Papà Gianpietro

Tu non perdi veramente tutto finché non perdi te stesso

 

Ore 20,15 Inzago, parcheggio la mia auto vicino al Teatro del Giglio, dove tra poco inizia una serata organizzata dalle Parrocchie S. Maria Assunta e S. Maria Ausiliatrice di Inzago, nell’ambito del progetto “diGENERAZIONE inGENERAZIONE. I vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni”.

Aspetto qualche minuto fuori dal Teatro e poi entro, sono tra le prime persone a prendere posto , in prima fila, perché possa ascoltare bene , fare eventuali domande e poi qualche foto da inserire nel mio blog e nelle mie “narrazioni social” che spesso raccontano storie vere e possono giungere a chi non ha potuto esserci, ma in qualche modo attraverso le mie parole possa riconoscersi e parlare anche a loro, alle loro vite.

Mi siedo in prima fila e vi trovo una signora con la quale inizio a parlare , nell’attesa che la sala si riempia e incominci l’incontro col TESTIMONE Papà Gianpietro.

Questa giovane signora mi parla del suo dramma , infatti non era lì per caso o per curiosare, mi racconta senza interrompersi di sua figlia , di diciassette anni , una figlia con una malattia psichiatrica e dipendente dalla droga . Questa donna, diventata subito un’amica, mi parla della sua separazione dal marito già dipendente dalla cocaina e con altri problemi annessi , un imprenditore facoltoso , e mi racconta di come non si faccia più sentire da tempo , anche con gli altri due bimbi piccoli di 9 e 13 anni , una bimba e un bimbo, non telefona più nemmeno per gli auguri delle sacre festività.

Ascolto , rimango chiaramente molto colpita da questa storia e continuo ad ascoltare senza fiatare, con grande rispetto perché in quel momento ero stata scelta forse per questo, per raccogliere una testimonianza umana molto preziosa, come se fosse tutto preparato per questo “incontro nell’incontro”.

Il racconto continua. La figlia maggiore è sotto la tutela sanitaria dei Servizi Sociali del comune di residenza e purtroppo gli stessi operatori non fanno nulla, dicono che la ragazza deve curare innanzitutto la sua malattia psichiatrica “borderline” e poi la sua dipendenza dalle droghe; nessuna comunità la vuole se non cura la sua malattia “borderline”. Quindi ora la ragazza è a casa con la madre e i due fratellini già istruiti per chiamare il 118 , quando è necessario, quando lei diventa aggressiva; spesso esce nelle ore più disparate della giornata , non torna per giorni e la madre mi dice che sua figlia va a Milano dove si incontra con i suoi amici spesso spacciatori e alcuni di origine africana (riporto come riferitomi , senza alcun intento razzista né suo né mio) e siccome la madre non le dà soldi , lei se li procura con la prostituzione.

Questa madre, molto dignitosa, non sa più dove andare e da chi farsi aiutare , o meglio non sa più cosa fare per aiutare questa figlia che non si percepisce come ammalata e dipendente , rifiuta ogni aiuto ogni avvicinamento per aiutarla e farla uscire dalla sua condizione già molto compromessa. La madre mi dice che teme , ogni giorno, in ogni attimo, che la chiamino i Carabinieri per dirle di riconoscere il corpo della figlia.

Le chiedo come faccia a vivere così e le dico che non ci riuscirei mai, che questi drammi mettono a durissima prova . Mi dice che sua figlia per superare l’abbandono , per colmare un vuoto affettivo , prima si lesionava e poi sperimentava l’autolesionismo delle droghe.

A quel punto arriva il Testimone papà Gianpietro e la serata prende corpo , con un filo di commozione a partire dall’apertura e la proiezione di alcune scene tratte dalla bella pellicola di Nanni Moretti , “La stanza del figlio” , scene volutamente mute ma accompagnate e rese più emozionanti dal brano di Brian Eno “By this river” ,  una musica molto toccante e fondamentale per comunicare emozioni legate all’elaborazione di un lutto, la morte di un figlio, tema centrale della pellicola e dell’incontro, di seguito il link per la visione:

 

Papà Gianpietro è molto conosciuto con la sua Associazione EMA Pesciolino rosso , è spesso nelle nostre scuole , la sua storia personale è diventata pubblica, attraverso i suoi libri, e la sua missione è quella di aiutare i giovani a non perdersi , aiutare una generazione che sembra aver smarrito i propri desideri .

opuscolo Papà Gianpietro

Lo fa raccontando la sua storia di padre , una sera del 23 novembre del 2013 perde il figlio di 16 anni  che a seguito di una festa , per un acido di “una sola volta”, si butterà nel fiume, vicino casa, in uno stato di totale alterazione e morirà . Papà Gianpietro, quella notte chiamato d’urgenza, dall’unico amico rimasto del figlio Emanuele e che non era riuscito a salvarlo, arriva sul punto in cui si era buttato mortalmente il figlio , decide di non ripetere lo stesso gesto, pur disperato decide di vivere e come sappiamo cercherà di elaborare questo impossibile lutto con la sua associazione e quelli che chiama “i piccoli miracoli di Emanuele”.

Papà Gianpietro e la sua storia si trovano nei “social” , in tante interviste e incontri svolti, una speranza per tanti giovani che lo incontrano perché si sa che autentici Testimoni , come lui, “arrivano” e raggiungono le giuste corde del cuore , prima di tante parole e di tanti manuali psicologici sul tema .

RIVOLUZIONE RAP , R come Ringraziare, A come abbracci, P come Prepararsi

Queste sono le parole che mi sono portata a casa e che ho trasferito a mio figlio adolescente e ai miei giovani studenti ai quali ho raccontato di questo splendido e necessario incontro, necessario perché ci sono storie che non possono lasciare indifferenti , storie come questa di Emanuele che parlano a tutti noi , perché nella vita non si è mai pronti di fronte a certi drammi , di fronte ad un figlio che muore , siamo emotivamente impreparati .

Dico spesso che siamo tutti come degli “apprendisti” di questa vita , di fronte ai suoi imprevisti belli o brutti.

Papà Gianpietro ha conosciuto la mamma seduta vicino a me , quella mamma che è venuta proprio per poter ascoltare le sue dolci e “terapeutiche” parole e che al momento delle domande dal pubblico ha preso il microfono e ha raccontato senza reticenza e vergogna , con grande dignità e lucidità, la sua storia chiedendogli un aiuto per sua figlia, davanti a tutti , Papà Gianpietro scende dal palco e l’abbraccia forte e le parla all’orecchio con grande empatia e vicinanza emotiva .

La sala intera si stringe emozionalmente a questa madre , in questo momento di grande commozione, e si esprime in un fragoroso applauso, quasi una catarsi collettiva.

Altro colpo di scena , per me, ad un certo punto mentre pongo alcune domande a Papà Gianpietro, un po’ per rompere il ghiaccio, sulla difficoltà del mestiere del genitore e per sapere qual è il suo rapporto con i giovani , da dietro, mi salutano due miei giovani studenti che nel frattempo erano arrivati , su mio invito, e anche se in ritardo si erano materializzati con mio sommo stupore e gioia.

Il mio studente arriva in sala proprio quando sente le parole di Papà Gianpietro che dice più o meno così : ” Puoi essere alle Seychelles , in un qualsiasi luogo stupendo ma se odi non ti serve …..”. Papà Gianpietro aveva appena finito di parlare dell’inutilità dell’odio, un odio umano che sorge quando scopri che tuo figlio viene lasciato solo in quella sera indimenticabile , tutti i suoi amici , scomparsi, un odio umano che nasce dalla domanda del “perché proprio a me” e stava parlando dell’importanza del perdono, soprattutto del “perdonarsi” per trovare quella pace interiore come medicina, terapia per elaborare forti lutti e abbandoni drammatici .

Parla di ascolto , di non giudizio verso i figli , attraverso quelle parole tremende del tipo “ Mi hai deluso!” , parla di “responsabilità” dei figli separata da quella dei genitori, parla del “perdere tutto”, il sentimento della perdita , del terreno che ti frana sotto i piedi , un sentimento che Papà Gianpietro aveva già provato quel 11 settembre del 2001, quando cadono le borse e quando , all’epoca già amministratore delegato di diverse aziende quotate in borsa e nel mondo, perde tutto e poi proverà un’altra differente perdita , quella impossibile al solo pensiero e dolorosissima, quella che nessun genitore vorrebbe mai conoscere e provare , ossia la morte del proprio figlio.

Tu non perdi veramente tutto finché non perdi te stesso

L’incontro si chiude e Papà Gianpietro scende dal palco e comincia ad abbracciare tutti noi , la mamma , i miei studenti , la sottoscritta e tutti gli altri , anche chi in maniera timida aveva seguito, ma non voleva troppo mostrarsi .

Emozioni intense con papà Gianpietro , con una mamma, seduta vicina a me, e la sua storia molto pesante di fatica e dramma con la figlia.

Papà Gianpietro , molto generosamente, lascerà a tutti noi il suo numero di cellulare , in particolare alla mamma e mi auguro che questa donna possa trovare veramente un po’ di ascolto e di aiuto reale per sua figlia.

Intanto, anche noi ci siamo scambiate il numero di cellulare , la sottoscritta e la mamma , ci siamo già sentite e lei sa che ora ha una nuova autentica amica.

Grazie a Papà Gianpietro, alla mamma , ai miei studenti , a chi ha organizzato e moderato questa bella iniziativa……Grazie soprattutto ad Emanuele e al suo piccolo o grande miracolo di questa serata!

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Stefania Cavallo

8 marzo

 

 

La luce

F 14

Un giovane “eroe” in questi giorni ci ha parlato  della sua generazione e nelle sue parole gentili e pacate vi è il  rapporto della mia generazione con  la sua e sulla cronica incapacità di leggerla e decodificarla:

 “Generazione Y, Millennials, tanti nomi perché in fondo chi ci guardava da fuori non ci ha mai capito. La realtà è che siamo la generazione del -nonostante tutto-…….Siamo andati all’estero a fare esperienza perché qui le porte erano aperte solo per i “figli di” o per quelli che avevano il doppio dei nostri anni e non avevano nessuna intenzione di mollare il loro posto.

Il mondo è cambiato e allora noi siamo cambiati assieme al mondo, adattandoci ai nuovi contesti. E ora siamo diventati grandi. E vogliamo rivendicare il diritto a guidare il cambiamento di cui il Paese ha bisogno “     e ancora:

 “Noi viviamo in quest’epoca di precarietà estrema. Ci siamo adattati, sappiamo cavalcare questa tigre e vogliamo farlo con due obiettivi fondamentali: la massima qualità della vita e il massimo senso della comunità. Vogliamo un lavoro, vogliamo una famiglia, vogliamo una casa. Ma con il Sistema che c’è adesso non lo avremo mai. Bisogna cambiare e adattare al mondo che è cambiato. Noi sappiamo come farlo. La nostra parola d’ordine è una: solidarietà.”

 Gli altri guardano il futuro e vedono il buio, noi vediamo la luce”.

Nonostante tutto.

Seguirà la pubblicazione del testo integrale con citazione del suo giovane autore- “nuovo eroe”

 

 

02/03/2018

Ecco una mia recente nota col testo integrale del nuovo Premier Luigi Di Maio , un nuovo eroe :

Posted by Stefania Cavallo on Tuesday, March 6, 2018