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Archivio per agosto, 2015

Le mie storie di solidarietà (dal libro Lavoratori acrobati -Stefania Cavallo)

LAVORATORI ACROBATI

Siamo tutti solidali con chi ha perso il diritto sacrosanto del lavoro

Pensiamo che non sia giusto ignorare o far finta che non sia affar nostro il fattore umano, personale e di salute che vi tocca in prima persona

Parole che ci interrogano e che dovrebbero far scattare in tutti noi un gran senso di “cor-responsabilità” e di umana civiltà.

Tre storie di vite spezzate

 

Ci sono vari modi di approcciare le situazioni “altre” che si possono presentare durante la nostra esistenza. Ho fatto questa riflessione ripercorrendo il mio modo tutto personale di sentirmi solidale alle persone che in qualche modo chiedono aiuto, infatti mentre alcuni preferiscono “stare a guardare” magari dalla loro comoda postazione, come si dice dalla loro “poltrona” e da lì si pronunciano ed esprimono i loro giudizi o le loro teorie sull’umanità disperata, altri preferiscono sentirsi emotivamente vicini alle comuni umane sofferenze, anzi come me desiderano spesso conoscere i protagonisti di queste storie di “vite spezzate” e questo ho cercato di fare, in punta di piedi, quando mi sono trovata a fare la mia parte.

Ci sono tre storie molto particolari, e tra loro molto diverse, in cui mi sono imbattuta e devo dire che ognuna mi ha lasciato qualcosa di profondo e di importante sul piano umano. Sono tre vicende che però sono tutte accomunate da un triste destino che si è, ad un certo punto, abbattuto nelle vite dei miei protagonisti e a cui personalmente ho cercato in maniera volontaria di dedicare le mie energie, portando loro un po’ di sollievo e di compassione umana.

Ho scelto di inserire queste storie all’interno del progetto Lavoratori Acrobati perché un “fil rouge” è proprio “la precarietà del lavoro” se non “l’assenza del lavoro” che ad un certo punto ha contribuito in maniera decisiva a “spezzare” le loro vite.

Sono passati un po’ di anni ma il ricordo è ancora vivo e forse necessitava di questo racconto.

Prima storia: Eleonora, una giovane vedova!

 

Che cos’è che ci fa così spavento della morte? Quello che ci fa paura, che ci congela davanti a quel momento è l’idea che scomparirà in quell’attimo tutto quello a cui noi siamo tanto attaccati. Prima di tutto il corpo(T. Terzani, “La fine è il mio inizio”, Longanesi Ed.)

 

Per rispetto ai protagonisti delle tre storie che racconterò, preferisco utilizzare dei nomi di fantasia; premetto che sono persone che ho incontrato indipendentemente dal mio lavoro sociale e che mi sono avvicinata a loro per puro spirito di altruismo e di volontariato, un atteggiamento che spesso mi accompagna nei miei slanci di tipo umanitaristico. Ho cercato sempre di svolgere molte azioni di volontariato da quando mi occupo di sociale, con la mediazione familiare e la mia attività culturale di sensibilizzazione al mondo dell’Infanzia, e in effetti ci sono anche altre storie che potrei raccontare, ma ho scelto queste tre per il legame al tema della precarietà ed “acrobaticità” della vita e del “non lavoro”. La prima storia risale a diversi anni fa quando mio figlio frequentava ancora la scuola materna e fu così che conobbi la giovane Eleonora.

Eleonora era una mamma giovane di circa 30 anni e si trovava in questo piccolo paese in provincia di Milano, arrivata da una grande ed importante città del Centro Italia, aveva un unico figlio anche lei e si parlava del più e del meno, di figli e della loro gestione in età così piccola in quanto si trattava di un’età che non sempre come mamme si riesce ad inquadrare soprattutto se si è al primo figlio.

Mi racconta, in un pomeriggio al parchetto, di come fosse venuta “per amore” qui al nord e che aveva seguito questo uomo, il suo compagno di vita, che per lavoro aveva voluto prendere la residenza in quei luoghi a Est di Milano; chiacchierando del più e del meno vengo a sapere che ad un certo punto il suo compagno si era ammalato colpito inesorabilmente da un brutto male e che purtroppo non ci sarebbe stato più nulla da fare. Quest’ uomo aveva circa 50 anni e negli ultimi giorni della sua vita sono andata a trovarlo a casa e mi ricordo che mi chiese di accompagnarlo a prendere il suo ultimo stipendio in azienda e così feci. Mi chiese questo perché temeva che una volta morto, forse non avrebbero dato più nulla né ad Eleonora né al suo piccolo figlio. Mi ricordo bene di quest’uomo e del fatto che riuscii ad esaurire questo suo desiderio prendendomi la responsabilità di caricarlo in macchina, con Eleonora, quando la sua metastasi era ormai già avanzata.

Lì fu il momento in cui mi raccontò che non avrebbe avuto molto tempo di vita e seppi che praticamente Eleonora non avrebbe ereditato nulla, essendo la convivente e non la moglie.

Mi disse che la moglie in realtà rivendicava la sua parte in maniera agguerrita e che aveva altri cinque figli che avrebbero preteso il loro. In poco tempo le cose precipitarono e i guai per Eleonora cominciarono dopo i funerali del suo amato compagno.

Eleonora dovette darsi da fare  a cercare un lavoro anche precario, come donna delle pulizie, e mi chiese di aiutarla a incontrare il sindaco per chiedere degli aiuti sociali e così facemmo. Eleonora capì che la sua vita con suo figlio, in quel paesino, non poteva più avere una sua ragion d’essere e infatti pur sapendo che non aveva buoni rapporti con i suoi genitori cercai comunque di sollecitarli a occuparsi della figlia che si trovava in una situazione piuttosto drammatica, ormai vedova e senza la certezza del lavoro, con un figlio piccolo rimasto senza padre e con il pericolo di non riuscire a mantenere la casa in affitto e tutto il resto.

Mi ricordo che telefonai di persona sia ai genitori di Eleonora che alla moglie del compagno defunto per riuscire a fare in modo che capissero la situazione di Eleonora e del bambino e di come questa giovane donna si fosse occupata sino all’ultimo del suo compagno.

Ho cercato di stare vicina ad Eleonora e al suo bambino sempre con rispetto e comprensione e cercai di farle capire che trovandosi però sola, senza parenti stretti vicino, avrebbe dovuto cominciare a pensare seriamente se tornare o meno dai suoi genitori.

Infatti, prima venne lo zio a darle una mano per provare a risolvere i vari problemi della casa e delle spese da fronteggiare e poi il padre e così Eleonora ad un certo punto si decise a lasciare il paesino in provincia di Milano e se ne andò con suo figlio e non la sentii mai più.

Certo quando penso al suo congedo, avvenuto quasi in sordina, mi rattristo però mi piace pensare che la sua vita si sia ripresa e che la sua scelta, col senno del dopo, sia stata la migliore per lei e per il suo bambino; vite, il cui destino crudele aveva già così duramente spezzato.

Seconda storia: Giorgia, una giovane mamma e non solo!

“dietro ogni maternità c’è una persona, che indichiamo con cinque lettere sempre uguali ma che è ogni volta diversa”

(di Valentina Furlanetto, giornalista–scrittrice e autrice di

“Si fa presto a dire madre” Melampo ed.)

Questa seconda storia risale ad un paio di anni fa circa e l’ occasione arrivò da un articolo di giornale locale in cui una giovane donna diceva di essere disposta, per la disperazione di non riuscire a trovare un lavoro, a vendere un rene per poter sopravvivere. Si parlò di gara di solidarietà lanciata dalla sottoscritta in zona per questa signora.

Ma non fu solo questo, mi occupai di farle riallacciare il gas e l’elettricità presso i Servizi sociali e mi diedi da fare per trovarle un lavoro. Un’altra storia molto toccante sul piano umano, una delle tante che forse sono molto note non solo alla cronaca attuale ma soprattutto stanno “intasando” un po’ le pubbliche amministrazioni in tempi di crisi e di “lavorochenoncè”.

Insomma lessi l’articolo e decisi subito di contattare al cellulare (in evidenza sul giornale) la giovane donna e così ci mettemmo d’accordo di vederci e di parlare un po’ del suo momento drammatico e di questo suo appello disperato. Giorgia mi colpì per la sua bellezza, un fisico un po’ da modella, capelli corvini lunghi, molto belli, uno sguardo però molto tirato e disperato.

Quando ci incontrammo a casa sua iniziò a parlare, a sfogarsi, dicendo come e perché le fosse tutto “contro” e mi disse di un’infanzia da “maltrattata” con dei genitori violenti, ciascuno a suo modo, e di come decise di sposare un uomo anch’esso violento dal quale un anno fa aveva deciso di separarsi e dal quale aveva avuto due figli, il più piccolo viveva con lei e l’adolescente viveva col padre, in un altro paese un po’ lontano.

Questa donna probabilmente non mi stava dicendo tutta la verità, ma io mi sono sentita in quel momento di darle la mia fiducia e così cercai di aiutarla sul piano morale e organizzai con degli amici di fare una raccolta di soldi per lei e il bambino. Mi ricordo che continuavo ad avere i rapporti con i servizi sociali e le figure deputate ad aiutarla e che mi faceva un’enorme tenerezza il suo piccolino soprattutto in quanto lo percepivo molto triste e pensavo che sia lui e la sua mamma avessero diritto ad una chance e ad un sostegno solidale da parte della società civile.

Dedicai molta energia a questa triste storia, ma ad un certo punto capii che Giorgia era troppo fragile per trovare una sua nuova strada e così decisi di metterla alla prova, lasciando che se la sbrigasse da sola, e le nostre strade si separarono e da allora non ho saputo più nulla. Ogni tanto ripenso a Giorgia e alla sua vita e a come avrebbe dovuto farsi aiutare da degli specialisti, perché pur cercando una propria dignità rivendicando un lavoro a trent’anni, in realtà poi lo perdeva e lo rincorreva in continuazione a causa della sua immaturità e delle sue irrisolte debolezze, di fronte ad una vita che la voleva invece più adulta e più consapevole dei suoi limiti.

Sono certa che però sul discorso della vendita del rene non sarebbe più ritornata e questo pensiero mi fa pensare in positivo anche sull’esito della sua “caduta” esistenziale; una “vita spezzata” anch’essa, ma che mi piace pensare possibile di un’autentica “rinascita”.

Terza storia: Roberto, un padre rimasto vedovo,

senza lavoro e con un figlio disabile!

 “Ci spaventa incontrare la fragilità degli altri

, perché temiamo di riconoscervi la nostra

(Umberto. Brancia, “Non avevo le parole. Dialogo sulla malattia tra un padre e un figlio”. Città aperta Ed.).

Mi fecero conoscere Roberto un anno fa circa e fu un’amica comune che mi disse di sentirsi molto angosciata per una vicenda che aveva travolto la famiglia di una sua amica, vicina di casa, che praticamente era morta un po’ all’improvviso e aveva lasciato in uno stato di disperazione totale il marito, quasi sessantenne e senza lavoro, e i due figli giovani, di cui un ragazzo disabile al 100% e sulla carrozzina di 30 anni circa e la sorella di 25 anni circa anche lei una lavoratrice precarissima.

Questa amica comune mi convince ad incontrare Roberto, un uomo in quel momento veramente affranto e ancora quasi sotto “choc emotivo” per la perdita della moglie, della quale si coglie la grande forza morale e l’enorme capacità, tipica di molte donne, di farsi carico soprattutto di situazioni problematiche e quasi impossibili come prendersi cura di una famiglia come la sua, lavorando molto e occupandosi in prima persona del figlio disabile.

All’inizio ascolti, in punta di piedi, storie spezzate come questa e provi veramente tanto imbarazzo, pensando che forse queste parole sono troppo forti e che questa ingiustizia umana non ha spiegazioni plausibili ed è una pura crudeltà che non dovrebbe mai accadere!

Mi ricordo che con Roberto e i suoi figli si era stabilito subito un bel rapporto e mi diedi da fare per fare in modo, anche in questo caso, di attivare tutte quelle leve burocratiche che potevano aiutare il Sig. Roberto ad uscire dal suo empasse e andai trovarlo diverse volte poi, anche solo per dargli un supporto di solidarietà e per fare qualche chiacchierata.

Il figlio di Roberto, quando mi vedeva mi ricordava sempre che lui aveva bisogno di una signora che lo andasse a lavare e a sistemare al mattino presto, prima che andasse a lavoro presso una cooperativa, e che suo papà lo faceva ma per lui era diventato molto pesante.

Roberto mi disse che il comune gli aveva trovato qualche lavoretto da fare e anche io, nel mio piccolo, lo misi in contatto con una persona per dei lavori di giardinaggio.

Di questa storia mi ricorderò sempre quando Roberto mi disse, commuovendosi e commuovendomi, che sì la casa era di sua proprietà, ma che senza lavoro e i risparmi da parte, nonostante l’assegno di accompagnamento, non avrebbe potuto garantire a suo figlio disabile una vita dignitosa se anche lui un domani non ci fosse più stato. Ecco questa scena nella sua cucina mentre mi dice queste parole dolorosissime rimarrà sempre nel mio cuore come grande lezione di vita e di dignità umana.

Già un anno fa si sentiva la crisi del “lavorochenoncè” e infatti dopo poco tempo anche la mia famiglia sarebbe stata colpita dalla storia di disoccupazione di mio marito.

Stefania Cavallo

30 agosto 2015

LA BELLA GENTE di Ivano De Matteo

“Al cielo ci si arriva con le mani , non con le ali” (citazione della Guerritore…)

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Finalmente ieri ho visto il bel film di Ivano De Matteo all’Arlecchino di Milano !

Abito in provincia di Milano , zona Milano-Est, da molti anni ormai  ma sono sempre e visceralmente legata alla mia città Milano e appena ho l’occasione di tornarci,  per qualche situazione particolare od evento  culturale, cerco di fare  il possibile  e con grande gioia partecipo al richiamo  e mi reco dove poi possa vedere o ascoltare ciò che mi interessa e mi arricchisca emotivamente e intellettualmente .

Bene ieri sera non potevo lasciarmi scappare questo incontro con questo bellissimo film LA BELLA GENTE e allora con un’amica cara abbiamo voluto andare a Milano per partecipare a questo evento unico   in quanto questo film pur del 2009 sta uscendo solo ora in alcune sale italiane .

Di seguito , con un mio  breve video amatoriale , potete ascoltare le parole profonde di De Matteo e della Guerritore durante la loro  presentazione del film : https://www.facebook.com/stefania.cavallo.127/videos/10207606967840950/

Brevemente vi racconto che è la storia di uno spaccato di una famiglia benestante borghese ed in particolare  racconta cosa succede quando la protagonista del film Susanna , psicologa che lavora in un centro contro la violenza sulle donne  a Roma, decide di  portare nella sua casa estiva una giovanissima prostituta ucraina , togliendola così dalla strada in maniera un po’ rocambolesca e piuttosto particolare.

Questo è il fatto che cambierà improvvisamente la struttura narrativa del racconto e del film e da questo momento in poi si potrà assistere  ai molteplici  cambiamenti  dei vari personaggi che  ruotano  attorno a questo fatto.

Un conto è voler aiutare gli altri “a parole” un conto poi è rimanere fedeli , nei fatti, a questi principi umanitaristici e farci investire completamente da essi , no?

Di questo parla il film , ma direi che in maniera tutt’altro che superficiale,  questo film e  questa storia parla  un po’ a tutti noi e ci dice molto di come siamo fatti intimamente e di come possiamo reagire quando qualcosa comincia a minare le nostre certezze e le “nostre cose” , insomma il “nostro mondo”.

E’ un film veramente necessario, come dice la Guerritore , da questo punto di vista  che non giudica ma pone qualche interrogativo e nel  finale vi  è la conferma.

Cosa mi resta personalmente   di questa esperienza ?  Intanto la conferma della bravura del regista ……la bellezza delle immagini, della musica , degli attori , tutti veramente bravissimi , del  “verbale” ma soprattutto del “non verbale” che nel film ha una valenza fondamentale e precisa, inoltre  forse  vorrei sapere poi come prosegue la storia della ragazza , di Nadia …….vorrei il seguito e mi piacerebbe sapere che potrà esserci un altro incontro tra Nadia e Susanna in cui  insieme potranno ritrovarsi cambiate, più libere dalle loro reciproche paure  più intime e poter essere d’aiuto autentico per altre donne che subiscono violenza …….ma questa  è un’altra storia !

Grazie veramente di cuore a registi come Ivano De Matteo e a sceneggiatrici   come Valentina  Ferlan che hanno il coraggio e l’abilità di saper raccontare storie  con verità ,  attenzione umana  e sensibilità artistica uniche , consentendoci di immaginare e di andare oltre le apparenze e  le maschere della quotidianità, a volte un po’ scontate e poco edificanti,  con cui ci relazioniamo agli altri.

Un film da vedere assolutamente!

NB: allego l’articolo di Massimo Recalcati che mi sembra azzeccato , anche in relazione a questo film, per spiegare un po’ l’anestesia, il congelamento affettivo dei sentimenti di cui siamo un po’ vittime , a volte inconsapevoli a volte no , nelle nostre relazioni :

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/24/perche-lanestesia-dei-sentimenti-e-un-rischio-della-nostra-civilta26.html

Stefania  Cavallo

30 agosto 2015