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 opuscolo Papà Gianpietro- 2 -

I tuoi figli non sono figli tuoi, sono figli e le figlie della vita stessa. Tu li metti al mondo, ma non li crei. Sono vicini a te, ma non sono cosa tua. Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee, perché essi hanno le loro proprie idee. Tu puoi dare loro dimora al loro corpo, non alla loro anima, perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire, dove a te non è dato entrare, neppure col sogno. Puoi cercare di somigliare a loro, ma non volere che essi somiglino a te, perché la vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri. Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

Kahlil Gibran (Gibran Khalil Gibran)

 Papà Gianpietro

Tu non perdi veramente tutto finché non perdi te stesso

 

Ore 20,15 Inzago, parcheggio la mia auto vicino al Teatro del Giglio, dove tra poco inizia una serata organizzata dalle Parrocchie S. Maria Assunta e S. Maria Ausiliatrice di Inzago, nell’ambito del progetto “diGENERAZIONE inGENERAZIONE. I vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni”.

Aspetto qualche minuto fuori dal Teatro e poi entro, sono tra le prime persone a prendere posto , in prima fila, perché possa ascoltare bene , fare eventuali domande e poi qualche foto da inserire nel mio blog e nelle mie “narrazioni social” che spesso raccontano storie vere e possono giungere a chi non ha potuto esserci, ma in qualche modo attraverso le mie parole possa riconoscersi e parlare anche a loro, alle loro vite.

Mi siedo in prima fila e vi trovo una signora con la quale inizio a parlare , nell’attesa che la sala si riempia e incominci l’incontro col TESTIMONE Papà Gianpietro.

Questa giovane signora mi parla del suo dramma , infatti non era lì per caso o per curiosare, mi racconta senza interrompersi di sua figlia , di diciassette anni , una figlia con una malattia psichiatrica e dipendente dalla droga . Questa donna, diventata subito un’amica, mi parla della sua separazione dal marito già dipendente dalla cocaina e con altri problemi annessi , un imprenditore facoltoso , e mi racconta di come non si faccia più sentire da tempo , anche con gli altri due bimbi piccoli di 9 e 13 anni , una bimba e un bimbo, non telefona più nemmeno per gli auguri delle sacre festività.

Ascolto , rimango chiaramente molto colpita da questa storia e continuo ad ascoltare senza fiatare, con grande rispetto perché in quel momento ero stata scelta forse per questo, per raccogliere una testimonianza umana molto preziosa, come se fosse tutto preparato per questo “incontro nell’incontro”.

Il racconto continua. La figlia maggiore è sotto la tutela sanitaria dei Servizi Sociali del comune di residenza e purtroppo gli stessi operatori non fanno nulla, dicono che la ragazza deve curare innanzitutto la sua malattia psichiatrica “borderline” e poi la sua dipendenza dalle droghe; nessuna comunità la vuole se non cura la sua malattia “borderline”. Quindi ora la ragazza è a casa con la madre e i due fratellini già istruiti per chiamare il 118 , quando è necessario, quando lei diventa aggressiva; spesso esce nelle ore più disparate della giornata , non torna per giorni e la madre mi dice che sua figlia va a Milano dove si incontra con i suoi amici spesso spacciatori e alcuni di origine africana (riporto come riferitomi , senza alcun intento razzista né suo né mio) e siccome la madre non le dà soldi , lei se li procura con la prostituzione.

Questa madre, molto dignitosa, non sa più dove andare e da chi farsi aiutare , o meglio non sa più cosa fare per aiutare questa figlia che non si percepisce come ammalata e dipendente , rifiuta ogni aiuto ogni avvicinamento per aiutarla e farla uscire dalla sua condizione già molto compromessa. La madre mi dice che teme , ogni giorno, in ogni attimo, che la chiamino i Carabinieri per dirle di riconoscere il corpo della figlia.

Le chiedo come faccia a vivere così e le dico che non ci riuscirei mai, che questi drammi mettono a durissima prova . Mi dice che sua figlia per superare l’abbandono , per colmare un vuoto affettivo , prima si lesionava e poi sperimentava l’autolesionismo delle droghe.

A quel punto arriva il Testimone papà Gianpietro e la serata prende corpo , con un filo di commozione a partire dall’apertura e la proiezione di alcune scene tratte dalla bella pellicola di Nanni Moretti , “La stanza del figlio” , scene volutamente mute ma accompagnate e rese più emozionanti dal brano di Brian Eno “By this river” ,  una musica molto toccante e fondamentale per comunicare emozioni legate all’elaborazione di un lutto, la morte di un figlio, tema centrale della pellicola e dell’incontro, di seguito il link per la visione:

 

Papà Gianpietro è molto conosciuto con la sua Associazione EMA Pesciolino rosso , è spesso nelle nostre scuole , la sua storia personale è diventata pubblica, attraverso i suoi libri, e la sua missione è quella di aiutare i giovani a non perdersi , aiutare una generazione che sembra aver smarrito i propri desideri .

opuscolo Papà Gianpietro

Lo fa raccontando la sua storia di padre , una sera del 23 novembre del 2013 perde il figlio di 16 anni  che a seguito di una festa , per un acido di “una sola volta”, si butterà nel fiume, vicino casa, in uno stato di totale alterazione e morirà . Papà Gianpietro, quella notte chiamato d’urgenza, dall’unico amico rimasto del figlio Emanuele e che non era riuscito a salvarlo, arriva sul punto in cui si era buttato mortalmente il figlio , decide di non ripetere lo stesso gesto, pur disperato decide di vivere e come sappiamo cercherà di elaborare questo impossibile lutto con la sua associazione e quelli che chiama “i piccoli miracoli di Emanuele”.

Papà Gianpietro e la sua storia si trovano nei “social” , in tante interviste e incontri svolti, una speranza per tanti giovani che lo incontrano perché si sa che autentici Testimoni , come lui, “arrivano” e raggiungono le giuste corde del cuore , prima di tante parole e di tanti manuali psicologici sul tema .

RIVOLUZIONE RAP , R come Ringraziare, A come abbracci, P come Prepararsi

Queste sono le parole che mi sono portata a casa e che ho trasferito a mio figlio adolescente e ai miei giovani studenti ai quali ho raccontato di questo splendido e necessario incontro, necessario perché ci sono storie che non possono lasciare indifferenti , storie come questa di Emanuele che parlano a tutti noi , perché nella vita non si è mai pronti di fronte a certi drammi , di fronte ad un figlio che muore , siamo emotivamente impreparati .

Dico spesso che siamo tutti come degli “apprendisti” di questa vita , di fronte ai suoi imprevisti belli o brutti.

Papà Gianpietro ha conosciuto la mamma seduta vicino a me , quella mamma che è venuta proprio per poter ascoltare le sue dolci e “terapeutiche” parole e che al momento delle domande dal pubblico ha preso il microfono e ha raccontato senza reticenza e vergogna , con grande dignità e lucidità, la sua storia chiedendogli un aiuto per sua figlia, davanti a tutti , Papà Gianpietro scende dal palco e l’abbraccia forte e le parla all’orecchio con grande empatia e vicinanza emotiva .

La sala intera si stringe emozionalmente a questa madre , in questo momento di grande commozione, e si esprime in un fragoroso applauso, quasi una catarsi collettiva.

Altro colpo di scena , per me, ad un certo punto mentre pongo alcune domande a Papà Gianpietro, un po’ per rompere il ghiaccio, sulla difficoltà del mestiere del genitore e per sapere qual è il suo rapporto con i giovani , da dietro, mi salutano due miei giovani studenti che nel frattempo erano arrivati , su mio invito, e anche se in ritardo si erano materializzati con mio sommo stupore e gioia.

Il mio studente arriva in sala proprio quando sente le parole di Papà Gianpietro che dice più o meno così : ” Puoi essere alle Seychelles , in un qualsiasi luogo stupendo ma se odi non ti serve …..”. Papà Gianpietro aveva appena finito di parlare dell’inutilità dell’odio, un odio umano che sorge quando scopri che tuo figlio viene lasciato solo in quella sera indimenticabile , tutti i suoi amici , scomparsi, un odio umano che nasce dalla domanda del “perché proprio a me” e stava parlando dell’importanza del perdono, soprattutto del “perdonarsi” per trovare quella pace interiore come medicina, terapia per elaborare forti lutti e abbandoni drammatici .

Parla di ascolto , di non giudizio verso i figli , attraverso quelle parole tremende del tipo “ Mi hai deluso!” , parla di “responsabilità” dei figli separata da quella dei genitori, parla del “perdere tutto”, il sentimento della perdita , del terreno che ti frana sotto i piedi , un sentimento che Papà Gianpietro aveva già provato quel 11 settembre del 2001, quando cadono le borse e quando , all’epoca già amministratore delegato di diverse aziende quotate in borsa e nel mondo, perde tutto e poi proverà un’altra differente perdita , quella impossibile al solo pensiero e dolorosissima, quella che nessun genitore vorrebbe mai conoscere e provare , ossia la morte del proprio figlio.

Tu non perdi veramente tutto finché non perdi te stesso

L’incontro si chiude e Papà Gianpietro scende dal palco e comincia ad abbracciare tutti noi , la mamma , i miei studenti , la sottoscritta e tutti gli altri , anche chi in maniera timida aveva seguito, ma non voleva troppo mostrarsi .

Emozioni intense con papà Gianpietro , con una mamma, seduta vicina a me, e la sua storia molto pesante di fatica e dramma con la figlia.

Papà Gianpietro , molto generosamente, lascerà a tutti noi il suo numero di cellulare , in particolare alla mamma e mi auguro che questa donna possa trovare veramente un po’ di ascolto e di aiuto reale per sua figlia.

Intanto, anche noi ci siamo scambiate il numero di cellulare , la sottoscritta e la mamma , ci siamo già sentite e lei sa che ora ha una nuova autentica amica.

Grazie a Papà Gianpietro, alla mamma , ai miei studenti , a chi ha organizzato e moderato questa bella iniziativa……Grazie soprattutto ad Emanuele e al suo piccolo o grande miracolo di questa serata!

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Stefania Cavallo

8 marzo

 

 

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