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Come aiutare chi si trova in stato di disoccupazione lavorativa o di temporaneo stato di disagio da “lavorochenoncè” ?

        Stefania alla Torre FAro                  

                                             “Se continui a ripetere che le cose andranno male, hai buone probabilità d’essere profeta”

Isaac Singer

 

Un tema di grande interesse per me in questo periodo e su cui mi sto interrogando molto, soprattutto per vissuto personale.

A mio avviso ci sono tante “azioni concrete” che si possono fare e a diversi livelli.

Intanto chi “non” si trova in questa situazione, (che diventa spesso più drammatica per chi la vive nei casi in cui questo disagio perduri nel tempo), e se vuole aiutare veramente un suo parente o amico caro dovrebbe avere quella delicatezza e sensibilità di farlo sempre “in punta di piedi” o meglio di farsi raccontare come stanno le cose da parte del protagonista della storia di disagio lavorativo e farlo senza esprimere, in assoluto, giudizi o con quella particolare frettolosità di trovare già delle presunte facili soluzioni che magari non sono neanche pertinenti per quella situazione.

 

Come primo passo è senz’altro importante saper ascoltare e mettersi nei panni della persona che ha perso il suo lavoro per cercare di contestualizzare in maniera seria e oggettiva tutta la situazione e senza farsi troppo coinvolgere sul piano emotivo perché non sarebbe d’aiuto, un po’ come un medico che sta per effettuare un’operazione su un suo paziente e si fa cogliere da troppo coinvolgimento emotivo… non è il caso vi pare? Il paragone è un po’ azzardato? Sì certo, dipende sempre dai punti di vista dai quali si guarda la situazione e comunque ritengo che dedicarsi agli altri, anche in maniera volontaristica, sia un “quasi lavoro” molto impegnativo e delicato come nell’esempio citato del medico. Diciamo che il paragone rende ed è funzionale a comprendere il tipo di approccio da attivare nel caso ci si trovi alle prese con una persona in difficoltà umane, e non solo, perché sta passando un periodo di  “non lavoro”, di particolare stress esistenziale per questo motivo o per una continua incertezza lavorativa.

 

Il secondo passo è a mio avviso sia l’aver individuato bene la problematica sia il rassicurare il nostro interlocutore sul fatto che il tutto resterà riservato, aspetto questo non secondario perché non dimentichiamoci che questa persona, che si è aperta ”svelata” a noi, avrà riposto in noi molta fiducia che non dovrà essere messa in discussione da forme di pettegolezzo o simili.

Dico questo perché a volte, involontariamente, si usano espressioni verbali negli scambi tra le persone che possono danneggiare anziché contribuire alla “causa “e questo accade soprattutto in ambienti molto provinciali, dove ci si conosce un po’ tutti e dove spesso si cede alla debolezza umana della “chiacchiera” e a parole indirette a volte un po’ offensive o discreditanti, senza malafede ovviamente!

 

Terzo passo: a questo punto se si continua a credere di poter essere d’aiuto è senz’altro importante cercare di coinvolgere il nostro interlocutore in una rete di competenze umane e professionali e indirizzarlo adeguatamente verso chi può aiutarlo in concreto nella “ricerca di un lavoro”, attività questa che a sua volta diventerà il suo lavoro principale.

E’ vero che, in assoluto, ogni persona che lavora a sua volta può rappresentare una risorsa per il nostro interlocutore, però non bisogna farsi facili illusioni anche perché lo stato del nostro mercato del lavoro attuale è a sua volta in grosse difficoltà ed è opportuno partire con questa consapevolezza.

Sono da evitare tutte quelle situazioni un po’ “perditempo” di tutte quelle persone che pensano che siccome non hai più il lavoro puoi presentarti così di persona ovunque per qualsiasi lavoro, anche per il più umile… questo approccio è, per mia esperienza, un po’ “datato” perché oggi non funziona più così, forse una volta si poteva fare, ma oggi no e può essere vissuto spesso come una modalità svalutativa ed umiliante per chi appunto sta cercando lavoro.

 

      Quarto passo: a mio avviso è importante che chi ha una reale opportunità lavorativa, forse anche solo “possibile”, faccia da tramite con chi potrà “occupare” il nostro interlocutore e ne parli direttamente con chi ha competenza nel campo, valorizzando i punti di forza (che può essere anche la maturità e l’esperienza di un over 40-50 sia uomo che donna) e solo a questo punto si potrà fissare un primo appuntamento col nostro interlocutore interessato a nuove opportunità lavoro e a reinserirsi nel mercato del lavoro.

A mio avviso solo con queste modalità comportamentali, in cui si può fare da tramite in maniera più professionale e motivata si aumentano le probabilità che la persona che stiamo aiutando possa avere un primo colloquio e poi possa avere una continuità nel suo percorso di ricerca che è solo agli inizi.

 

      Quinto passo: non bisogna demoralizzarsi mai, bisogna credere nelle proprie competenze e capacità professionali e non “svendersi” perché non serve!

Continuare a cercare, cercare e cercare e non isolarsi. Magari all’inizio se si è giovani  si può trovare una mediazione sul compenso o sul tipo di contratto da stabilire, nella scelta del nuovo lavoro, solo però con l’obiettivo di sapere dove si sta andando a parare e con la consapevolezza che si sta facendo un percorso e che quindi in questa fase iniziale ci si deve ancora orientare al meglio per un lavoro che è tutto ancora da definire e costruire nel tempo, proprio  come un abito su misura.

Sesto passo: evitare (con educazione e diplomazia, se si riesce è meglio!) parenti, amici o persone conoscenti troppo “ansiogene” in queste circostanze, perché non sono di alcun aiuto, anzi normalmente possono contagiare in maniera negativa e questo non aiuta il nostro interlocutore che già è divorato dai suoi sensi di colpa e dal suo sentimento di fallimento, spesso tutto coniugato ad un’ indigenza materiale reale.

 

Cercare di spiegare loro che in queste circostanze si può essere d’aiuto se ognuno cerca di “elaborare” prima individualmente il suo approccio a questo evento devastante della perdita di lavoro o dell’incertezza dello stesso, e che non è obbligatorio pensare che si è d’aiuto se il nostro interlocutore lo percepiamo come una “vittima“ (a volte lo è perché è stato raggirato e ingannato da un sistema, ecc.) o lo “facciamo sentire una vittima” e lo trattiamo come un “poverino”.

In questi casi a volte la cosa più funzionale è anche ammettere di non sentirsi di poter dare alcun aiuto, oppure di dare un aiuto limitato ai propri mezzi materiali e immateriali; ancora meglio sarebbe poter aiutare con “esempi positivi” e di significativa iniezione sul piano della motivazione con incoraggiamenti e continue rassicurazioni per la ricerca del nuovo lavoro.

 

Questi, ritengo, possano rappresentare i passi importanti da attivare per andare incontro a chi si vuole aiutare ai tempi della crisi del lavoro.

Ci sarebbe molto ancora da dire e mi piacerebbe raccogliere le riflessioni di chi ci è passato nel concreto e quali consigli potrebbe dare per superare questo empasse, per poter rinascere e riprendersi la propria vita con sano ottimismo e perché no anche con uno sguardo rinnovato verso se stessi e verso il mondo circostante.

Fonte : LAVORATORI ACROBATI , Stefania Cavallo

Lavoratori Acrobati

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