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Le nuove frontiere della formazione come  il coach

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Mi sono imbattuta anch’io in questa nuova definizione professionale del “coach” che vorrebbe dire : allenatore, istruttore , preparatore, motivatore anche .

Se un nuovo termine lo si mutua dall’inglese, assume  un fascino e un appeal incredibile  per   molte persone , vero?

L’importante è capire subito chi c’è dietro questa definizione   e soprattutto se dietro la forma vi sia  del contenuto all’altezza di cotanta aspettativa .

Fare gli allenatori , anche in senso lato ……che ne dite ? Si può imparare a fare gli allenatori   in qualsiasi campo?

Fino a qualche tempo fa   si poteva essere “trainer”   ossia allenatore e preparatore , ma che differenza c’è allora tra i due termini se si traducono allo stesso modo?

Insomma oggi se non hai un coach o un trainer   sei quasi “nessuno” in certi ambienti un po’ “ radical chic”, no?

Un coach diventa tutto e sa tutto, insomma oggi lo si mette ovunque come il prezzemolo……….sembrerebbe , ma che paura !

Scusate la mia irriverenza e non ce l’ho con i seri professionisti di questo campo , ma sono stanca di dovermi confrontare con tante banalità linguistiche che spesso fanno solo confusione e creano ulteriori problemi a persone che ingenuamente   e forse un po’ per superficialità vi cascano.

Mi occupo di relazione d’aiuto da anni come professionista nel mio spazio di ascolto privato e con la mediazione familiare , quello che ho capito è che non si deve mai fare leva sulle fragilità altrui e soprattutto non ci si può permettere  di mettere a disagio le persone   facendo credere loro che solo trovandosi in una situazione di disagio possono poi stare meglio e trovare la propria vera interiorità perché non è una ricetta che si può dare a tutti questa ok?

Chi l’ha detto poi che bisogna per forza stare prima male o procurarsi del male per stare bene ?

Perché una persona dovrebbe stare meglio facendola stare male ? Questo qualcuno me lo dovrà spiegare e soprattutto dovrà spiegarlo a se stesso se non crede di avere la verità in mano e lavora secondo etica !

Perché una persona in equilibrio con se stessa dovrebbe farsi manipolare da un qualche sedicente “coach” del momento ? Perché invece chi non è in equilibrio dovrebbe accettare di farsi aiutare da un sedicente “coach” del momento e non da uno specialista serio ?

Il tema dell’aiuto e dell’ascolto di chi sta male   è molto delicato e soprattutto non può essere lasciato a figure che siano un po’ di moda e che confondono ulteriormente chi è già un po’ confuso; bisogna fare chiarezza in se stessi per poter fornire chiarezza e aiuto a chi soffre .

La mia sensazione è che a volte ci si nasconda dietro definizioni accattivanti , magari creando   danni in giro tra le persone più sprovvedute e semplici e senza che in realtà   ci sia “nulla di nuovo sotto il sole” al di là di ogni metafora .

L’altra faccia di questo scenario è poi quella di creare ulteriori steccati tra le professioni , competitività autoreferenziale   e confusione   a danno di chi dovrebbe averne invece qualche giovamento .

A proposito chi dovrebbe giovarsi di tutto questo?

Di questi tempi si parla molto anche di “counseling” e , nei gruppi di ascolto, del ruolo del “facilitatore” e mi viene subito da pensare che per un ruolo del genere siano necessarie non solo delle tecnicalità ma sia necessario soprattutto il raggiungimento di uno stato adulto della mente, inteso come equilibrio e maturità psichica, affinché non ci si faccia coinvolgere dalla sofferenza dei partecipanti al gruppo o di chi si relaziona in uno specifico caso .

Credo fermamente che tutti i percorsi di consapevolezza siano autonomi e liberi e che quindi attivino risorse personali con ricadute positive elevatissime sul piano sociale e culturale, aspetto questo che tutti coloro che seriamente operano nella relazione d’aiuto non dovrebbero mai dimenticare.

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Ecco uno stralcio dal mio libro “Istruzioni per l’uso anti-crisi e mutuo aiuto”,  pag. 21  :

LAVORO-POESIA-VITA

 In questi anni ho cercato di dare concretezza ad una prima realtà di progetto che prevede la costituzione di spazi di confronto e dialogo per sostenere e supportare psicologicamente le persone disoccupate, inoccupate o in cassa integrazione .

Il mio approccio su queste tematiche è del tutto originale in quanto coniuga aspetti più di tipo formativo , percorsi che nascono dall’esigenza di estendere la conoscenza di queste realtà, affinché si possa approfondire che cos’è un gruppo di auto-mutuo-aiuto e del perché di questi gruppi con problematiche diverse, delle modalità di conduzione di un gruppo così composto, con aspetti più di tipo “narrativo ed espressivo” e attività che tentano di attivare quelle risorse , spesso sconosciute, che aiutano le persone a “raccontarsi” nei vari modi a loro più consoni o attraverso la scrittura o attraverso la drammatizzazione del  particolare momento esistenziale che stanno vivendo .

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Stefania Cavallo

21 novembre 2014

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