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Dal mio primo libro :

 

I  GIORNI  PERDUTI.

LA  MEDIAZIONE FAMILIARE    ATTRAVERSO UNA PROPOSTA   DI “FILMOGRAFIA SU SEPARAZIONE E DIVORZIO” ,

 pagg.9-12 – Collana Orientamenti , Casa Ed. La sapienza di Roma 2011

 

copertina libro

 

Mirko Locatelli, Officina film e il suo cinema sociale

 

Ho incontrato il regista  Mirko Locatelli  e  la sceneggiatrice Giuditta  Tarantelli  per la prima volta  a Milano nel 2010 , appena dopo le vacanze  estive ,  presso la sede della loro casa di produzione cinematografica Officina Film  ,  perché  volevo  presentare alcuni spezzoni dei loro  lavori  nell’ambito  di  una mia iniziativa  sul tema  della disabilità dei bambini  , in occasione  della Giornata Internazionale  dell’Infanzia , che avrei tenuto il 20 novembre  2010  dalle mie parti a Masate , un paesino  in provincia di Milano  .

Insieme a me c’era anche il Prof.  Igor Salomone , autore del bel libro  “Con occhi di padre”,     che mi avrebbe supportato  a commentare questi spezzoni  e  a svolgere  la parte  portante   della mia iniziativa  in qualità di ospite  principale   presentando    il suo libro e parlando di paternità .

Da questo incontro , per me  importante  soprattutto sul piano umano ed emotivo,   sono  nate  delle significative sinergie creative  di lavoro  e mi si è aperto tutto un mondo quello appunto di questa preziosa realtà  filmica  di Officina Film e del  suo cinema sociale ;  allora mi ero ripromessa che avrei diffuso  la conoscenza di questa realtà   e ho proposto l’idea sia a  Mirko che a  Giuditta  che mi avrebbe fatto un immenso piacere  se  avessero  potuto inserire   un loro contributo , proprio un capitolo sul loro cinema sociale,  all’interno del mio manoscritto  “I giorni perduti. La mediazione familiare attraverso una proposta di filmografia  su separazione e divorzio” ….  e così  è avvenuto ,  dopo qualche mese .

Il regista  Mirko Locatelli  è un giovane regista indipendente.

Ha raccontato l’adolescenza, la disabilità, la fatica e la bellezza dei cambiamenti. E porta i suoi film nelle scuole. «Amo il cinema socialmente utile. Pensato per far pensare».

Mi sono  avvicinata  a lui grazie alla  realizzazione di alcuni suoi  mediometraggi e documentari sul tema della disabilità  e  del suo lungometraggio d’esordio, Il primo giorno d’inverno in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 2008, nella sezione Orizzonti .

Mirko sta in carrozzina da quando, a diciassette anni, il suo motorino si scontrò con un’auto. Sopravvisse, ma gambe e braccia rimasero inerti. «Ero un adolescente che ogni giorno cercava di conquistarsi il suo pezzo di autonomia. Ero in un corpo che cambiava, con una sensualità che si stava definendo e un’intimità che si affacciava prepotente. In un attimo inatteso tutto questo mi fu sottratto. Dovetti tornare un’altra volta nella pancia della mamma e reimparare ad essere accudito anche nella sfera più intima»  .

Nel tempo  Mirko dovette  ricostruire  un’autonomia differente. Poi arrivò Giuditta, sua compagna di lavoro e di vita  (vd.   www.officinafilm.it).

 

Avendo visionato tutti i film di Mirko Locatelli   devo dire che  mi ha colpito in particolare  la sua delicatezza narrativa  come filo conduttore  in  tutte le sue  storie  , storie di vita , di cambiamenti  adolescenziali  e di disabilità  e tra queste storie    mi ha decisamente coinvolta  quella di “Come prima “  opera del  2005 ,  forse perché  per me più evocativa  professionalmente e pervasa dal tema  del conflitto  familiare  ;  gli  attori  sono per la maggior  parte  giovani e tutti molto bravi ,  spicca un attore decisamente  più noto  quale  Giuseppe Cederna  (un attore – viaggiatore che dice di sé “Non mi definisco solo un attore ma un uomo che si reinventa  ogni giorno la vita”) e che  fa le veci del padre di Andrea,  il protagonista  della  storia,  un padre profondamente in crisi   che , separatosi dalla moglie  anni prima,  cercherà di  recuperare  faticosamente  un legame con i suoi  due figli  anche attraverso uno scontro verbale molto duro  ma liberatorio da parte dell’altro figlio  che  si prende cura  quotidianamente  della disabilità  del fratello  Andrea  .

 

Come prima , 2005 

(Officina Film-Milano) 

La storia è incentrata  su Andrea che ha 17 anni, vive a Milano in un quartiere popolare. A causa di un incidente in motorino, diventa tetraplegico.
Dopo circa un anno di terapia e riabilitazione in ospedale, è il momento di ricominciare a vivere: Andrea torna a casa, riscopre gli ambienti che gli erano familiari, il suo quartiere, la sua casa, la sua stanza di adolescente come tanti. Tutto gli sembra cambiato, ostile, diverso.
Solo le persone che gli sono state sempre vicine sono rimaste le stesse; attente e affettuose concentrano tutti i loro sforzi per far sì che tutto sembri uguale, vivibile, “come prima”: sua madre, suo fratello, il suo migliore amico e la sua ragazza.
Inizia un percorso di accettazione e di consapevolezza per Andrea e per chi gli sta intorno.
Con molta fatica, Andrea cerca di ricostruire i rapporti umani con il mondo che lo circonda, scontrandosi con l’ignoranza, la paura e i disagi.
Lo scontro più duro coinvolge suo padre: lontano già da qualche anno dalla famiglia, torna “per dovere” accanto ad Andrea.
Egli crede di poter metter da parte la propria depressione concentrandosi sui problemi di suo figlio; non comprende però i sentimenti e i bisogni del ragazzo.
Nonostante gli sgomenti, gli episodi spiacevoli e le difficoltà, Andrea capirà che varrà la pena di lottare e di crescere, con la sua famiglia e i suoi amici.

 

Note di regia

Andrea subisce un trauma che lo segnerà in modo irreversibile nel corpo e nella mente,

proprio nell’età in cui l’apparire sembra prevalere sull’essere .Il film vuole documentare il percorso di Andrea fino all’accettazione del cambiamento e alla consapevolezza del proprio valore, attraverso il nuovo contatto con gli altri e il viaggio di chi gli sta accanto.

 

( Sul sito di Officina Film  è  possibile   visionare tutta la filmografia di Mirko Locatelli  con  le altre  attività  e le novità )

 

 

 

IL CINEMA SOCIALE 

di Mirko Locatelli  e Giuditta Tarantelli

“Il cinema è un’industria culturale. Realizzare film significa anche assumersi una responsabilità sociale e morale. Pertanto non dobbiamo produrre quello che si può vendere, ma vendere quello che si vuol produrre”.

 

Sono le parole di uno dei più grandi produttori cinematografici italiani, Franco Cristaldi, classe 1924, per condividere il suo pensiero però occorre fare un passo indietro.

Mai come nel dopoguerra i registi e gli sceneggiatori italiani, come gli intellettuali in genere, hanno sentito così forte il nesso tra la realtà politica e sociale che stavano vivendo, con la genesi di una loro nuova poetica.

Nel cinema italiano si sono imposti un impegno concreto su storie ispirate a fatti reali, sulla rappresentazione realistica a partire dal contesto sociale martoriato dalla guerra, e sui nuclei caldi che in ognuno degli autori dell’epoca si presentavano e imponevano sulla narrazione.

L’agire in piena urgenza narrativa in un momento storico in cui veniva messa in discussione anche l’autonomia e la sopravvivenza, non solo dell’uomo, ma anche della letteratura e delle arti in genere, ha fatto sì che prendesse vita un vero e proprio movimento culturale, uno dei più prolifici della storia del cinema italiano.

 

Possiamo parlare di rappresentazione realistica proprio perché  il “teatro” in cui avviene la messa in scena è reale, pensiamo ai cumuli di macerie in Germania anno zero o in Roma città aperta, alle realtà rurali in Stromboli terra di Dio o in La terra trema, alle città all’epoca di Ladri di biciclette e Miracolo a Milano.

La drammatizzazione oltre ai luoghi riguarda i personaggi, spesso messi in scena dalle stesse persone che ogni giorno vivevano o che avevano vissuto da protagonisti gli episodi narrati in quei film. Attori presi dalla strada che “recitavano” il loro ruolo sociale, che rifacevano ciò che erano chiamati a vivere ogni giorno: la povertà, la disperazione, ma anche la condizione economica e morale in cui verteva il popolo.

 

Un cinema della realtà, non per forza documentario, ma orientato verso una narrazione che tenta una riproduzione fedele, nei fatti, nei modi, nelle ambientazioni e nei personaggi, che ha elevato il cinema alla sua funzione più alta, quella di descrivere in modo schietto la società e i cambiamenti che la riguardano.

Ad oggi è difficile ritrovare nel cinema quella forza, quei bisogni di una corrente che ispirò la Nouvelle Vague francese, il nuovo cinema tedesco, gli autori polacchi e il cinema indipendente e documentario americano.

Quello che rimane di quel modo di fare cinema è ben poco e va cercato, poichè non ci viene offerto facilmente, non lo troviamo in tutte le sale, a volte è distribuito da autori e case di produzione indipendenti, che non hanno modo di accedere ai grandi circuiti della distribuzione mainstream, ma anche film di grandi autori che non godono dello stesso trattamento riservato ai loro colleghi che si occupano di cinema prettamente commerciale.

Pensiamo ai film dei fratelli Dardenne in Belgio, di Guediguian, Dumont o Doillon in Francia, di Olmi, Bellocchio, Capuano, Amelio e dei più giovani Munzi, Gaglianone e Garrone in Italia; un cinema che racconta la realtà con film destinati ad entrare nel storia del cinema e nella Storia più in generale, capaci di una rappresentazione approfondita e onesta di quei mutamenti sociali difficili da cogliere e descrivere se non grazie a una sensibilità e spirito di osservazione tipici di pochi grandi autori.

 

Il cinema quindi non è solo una forma d’arte moderna, o uno dei più grandi fenomeni culturali del secolo scorso: è anche, e forse soprattutto, uno tra i più potenti strumenti che l’uomo ha a disposizione per descrivere la realtà, il più incisivo forse, perchè unendo l’immagine al suono, il gesto alla parola e alla musica, può aspirare a coinvolgere lo spettatore, in un processo di immedesimazione molto più immediato che in altre arti.

 

I film non sono solo “contenitori” utili a rappresentare la realtà, ma sono soprattutto strumenti a disposizione dell’umanità per intercettare temi altrimenti sconosciuti e lontani dal proprio mondo, per ritrovare un po’ del proprio vissuto e per tentare un confronto tra la propria storia e le storie narrate.

 

Nel dedalo di relazioni tra personaggi che il cinema offre è possibile quindi ritrovare dinamiche che ci riguardano da vicino, essendo il cinema una cartina tornasole in grado di svelarci le luci e le ombre della nostra società, dai singoli alle famiglie, dalle comunità ristrette all’umanità tutta.

Occorre dargli il valore che ha, considerando i film alla stregua dei libri, capaci di fornirci una chiave di lettura dei contesti sociali, dei comportamenti umani e delle modalità relazionali, rispettando qualunque genere cinematografico o sistema produttivo, sia esso commerciale, indipendente o d’autore, riconoscendo il cinema pur sempre capace di rappresentare il mondo in cui viviamo, e riconoscendo le stesse modalità di rappresentazione importanti in quanto tali.

 

 

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