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CHI SI RECA AI PRESIDI…..COME ME !

Da qualche tempo faccio parte anch’io di questa parte di umanità che si reca ai presidi  un po’ mossa  spontaneamente  un po’ anche chiamata  su sollecitazione  degli stessi  protagonisti di questi presidi,   ovvero le licenziate e i  licenziati   di  questi  posti .

Anche la vita nei presidi  , vista dal di fuori,  non sembra facile   e  a volte mi capita di percepire   spinte   di apertura   alla società civile  a  contrapposte spinte di chiusura  e di  autarchia   forse anche un po’ esasperata  e di allontanamento  dalla società .

Tutto umano e plausibile .

Questo però mi interroga continuamente  sul mio ruolo  e sul perché   sia importante  cercare di dare un senso  , ogni volta che posso,  alla mia partecipazione   (chiaramente parlo per me …)  a queste lotte  a sostegno  di una maggiore garanzia  sociale e civile  e  della più generale situazione  di crisi attuale ,  economica  e culturale  che ci sta   attraversando .

E ‘ chiaro , per me, che  il mio ruolo è solo quello di chi , un po’ per competenza e un po’ per   vissuto personale,   si offre spontaneamente  e generosamente  , quando possibile,  nel dare ascolto ed  aiuto  morale/ umano  a chi ha perso  il lavoro  e questo avviene secondo le modalità a me più consone,  anche attraverso il racconto e la scrittura di situazioni che rilevo  e su cui ritengo  importante   creare  della sensibilizzazione culturale e sociale .

Non so , e me lo domando  quotidianamente ,  se questo può  essere utile o meno   a chi è dentro  nei  presidi  , anche quando si condividono iniziative congiunte  e quant’altro  e  siccome non amo  l’autoreferenzialità , in senso assoluto,  mi percepisco spesso come chi  , in queste situazioni,    è in continua  attesa di  un riscontro .

Ritengo la mia presenza , portata  sempre in punta di piedi  in queste storie ,   un po’ “ancillare”   come si dice per la figura del mediatore  , ossia di chi  contribuisce a cambiare le cose  e a rallentare la tensione e/o  un po’ di  aggressività  (qualora ci sia…e normalmente ve ne è !)  …..tra due o più persone , dipende .

A questo proposito  vorrei terminare con una citazione dello scrittore Amos Oz  , per me  essenziale  anche per il mio lavoro di mediatrice sociale  , oltre che familiare ,  ed  è  un significativo passaggio.

Il 1° ottobre 2007, in un’intervista al Corriere della Sera, lo scrittore israeliano Amos
Oz parla del suo vivo interesse per le vicende private, per le storie che raccontano gli
incontri e gli scontri intimi tra gli esseri umani:

«Nei miei romanzi descrivo soprattutto le vite di singole persone. Mi piace costruire
storie in cui i rapporti familiari o i rapporti tra amici siano al centro dell’attenzione.
Rivelerò un segreto. In realtà, non parlo mai di popoli ma solo di singoli esseri
umani. Frequentemente, però, mi capita di rileggere ciò che ho scritto. E solo a
posteriori mi rendo conto che descrivendo quel particolare personaggio ho finito per
descrivere anche una famiglia, un intero quartiere, una determinata situazione
storica. Ma questa dilatazione degli orizzonti è spontanea, non è mai frutto di una
pianificazione».

Segue un altro significativo passaggio che ci spiega la profonda convinzione di Amos
Oz nell’utilità della mediazione:

«Credo profondamente nella mediazione, non tanto per un approccio di tipo politico.
È la mia esperienza privata che mi ha fatto capire che senza mediazione è difficile
concepire un rapporto tra un padre e un figlio, tra un marito e una moglie, tra un
fratello e una sorella, tra individui in generale. Bisogna partire dal fatto che gli
esseri umani sono molto diversi tra loro, e senza mediazioni non è facile trovare un
punto di incontro». «Purtroppo i giovani, che sono più idealisti, non amano la
mediazione», commenta. «La considerano un meccanismo disonesto, opportunistico:
una mancanza di integrità. Invece per me la mediazione è coesistenza, è la capacità
di vivere assieme. E questo vale per due individui, come per due popoli. Molte
persone pensano che il contrario della mediazione sia l’integrità. Invece per me il
contrario della mediazione è il fanatismo e, quindi, la morte». «Il fanatico è un
punto esclamativo che cammina. Non ha una vita privata. Appare come un altruista,
visto che si interessa soprattutto agli altri. Ma non lo fa per capire l’altro, lo fa solo
per costringere l’altro a essere ciò che lui pensa sia giusto essere. Per costoro,
nessuna forma di mediazione è possibile». Qualsiasi fanatico pensa sempre di
possedere la verità assoluta da imporre agli altri per il loro bene. «Proprio così. Ma
anch’io ho una verità assoluta. Sono convinto che sia sempre un male infliggere
dolore a qualcuno. Se dovessi sintetizzare tutti e dieci i comandamenti in un unico
comandamento, in assoluto direi: non infliggere dolore a nessuno. Questo è il punto
fermo della filosofia della mia vita. Il resto è relativo». ( dal mio libro   I Giorni Perduti , pag 39) .

Stefania Cavallo

23 agosto 2012

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