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Pubblico e privato  

Chi non si è mai recato  in un presidio, in particolare di quelli permanenti  e che  durano per molti mesi  quando poi   non  superano l’anno pieno,  non può rendersi conto realmente  che dietro tutte queste lotte per il proprio posto di lavoro  ci siano persone in carne e ossa  , famiglie intere  e spesso anche figli piccoli , tutto un mondo  che  riguarda  la  cosiddetta  sfera privata delle persone .

Certo quello di cui si parla spesso è invece  attinente  soprattutto alla parte “pubblica” di queste lotte, il senso  e il significato peculiare  che viene comunicato all’esterno attraverso i vari media  e che costituisce appunto la parte più visibile  sul piano della comunicazione .  Poco si sa  e interessa  di ciò che accade invece  nella  dimensione privata di queste lavoratrici e  lavoratori  che hanno perso  il lavoro  spesso con modalità  improvvise  ( anche se già “annunciate” )  e tecnologiche  , attraverso fax   e modalità simili .

Per conoscere  quello che accade  nel ”dietro le quinte” di queste “rappresentazioni”   e scenari di “lavoro che non c’è” , che  spesso si svolgono secondo forse un po’ i dettami delle  tragedie greche,  bisogna andare un po’ oltre  a volte alle apparenze  , recandosi di persona  in questi posti di lotta “pacifica”  , in queste   piccole “cittadelle “  ricostruite   per capire che  le persone   soffrono  e  stanno male  anche se cercano di “elaborare”  questa situazione  di “disoccupazione”  nel modo più costruttivo e dignitoso per loro  e per  la condizione che rappresentano .

A tutto  questo poi  si aggiunge  la variabile del “tempo” che passa  e a volte sembra che nulla accada  e che la situazione non si sblocchi   e  si vive in continua  “aspettativa”  e attesa  di qualcosa che possa cambiare la situazione ,  spesso già molto logorata  .  Tutto diventa una  “lotta  di nervi “  e  per sopravvivere a  tutto  questo   occorrono grandi capacità umane  di    auto-controllo  , di  gestione  dello stress   e di  centratura sulle   proprie  priorità   sia private che pubbliche  , quindi una  serie di  capacità di  “gestione   complessiva del dentro- fuori “  che   in una  simile condizione di totale incertezza del vivere   non sono  così  scontate  e sempre facili  emotivamente da  organizzare  per poter   continuare  a   “resistere” .

Allora la domanda che sorge un po’ spontanea  da porre  a queste lavoratrici  e lavoratori    è   “Perché  lo fate ? “  , “ Chi ve lo fa  fare?”  , ebbene   queste domande ,   che   forse  potrebbero sembrare un po’  ingenue ,  dovrebbero essere poste più spesso anche dai giornalisti  o da chi  va in questi  “presidi del cuore, del coraggio e della ragione ”  perché dalle diverse risposte    si potrebbe  cogliere  tutta quella dimensione “invisibile”  di cosa vuol dire  vivere sulla propria pelle  la parola   “dignità” , la parola    “lavoro”   come   un diritto-dovere   ,  la parola  “ condivisione  “, la parola   “fabbrica”  o   “luogo  del lavoro”,  la parola  “solidarietà” , la parola  “civiltà”    e così via .

In questo modo il nostro vocabolario  umano  ed emotivo si arricchirebbe moltissimo  e   ci renderebbe tutti migliori .

A mio avviso ci sono tante “azioni concrete” che si possono fare e a diversi livelli.

Così ho scritto  in un capitolo del mio libro “Lavoratori Acrobati”  :

“Intanto chi “non” si trova in questa situazione, (che diventa spesso più drammatica per chi la vive nei casi in cui questo disagio perduri nel tempo), e se vuole aiutare veramente un suo parente o amico caro dovrebbe avere quella delicatezza e sensibilità di farlo sempre “in punta di piedi” o meglio di farsi raccontare come stanno le cose da parte del protagonista della storia di disagio lavorativo e farlo senza esprimere, in assoluto, giudizi o con quella particolare frettolosità di trovare già delle presunte facili soluzioni che magari non sono neanche pertinenti per quella situazione.

      Come primo passo è senz’altro importante saper ascoltare e mettersi nei panni della persona che ha perso il suo lavoro per cercare di contestualizzare in maniera seria e oggettiva tutta la situazione e senza farsi troppo coinvolgere sul piano emotivo perché non sarebbe d’aiuto, un po’ come un medico che sta per effettuare un’operazione su un suo paziente e si fa cogliere da troppo coinvolgimento emotivo… non è il caso vi pare? Il paragone è un po’ azzardato? Sì certo, dipende sempre dai punti di vista dai quali si guarda la situazione e comunque ritengo che dedicarsi agli altri, anche in maniera volontaristica, sia un “quasi lavoro” molto impegnativo e delicato come nell’esempio citato del medico. Diciamo che il paragone rende ed è funzionale a comprendere il tipo di approccio da attivare nel caso ci si trovi alle prese con una persona in difficoltà umane, e non solo, perché sta passando un periodo di  “non lavoro”, di particolare stress esistenziale per questo motivo o per una continua incertezza lavorativa. “   (dal capitolo : Come aiutare chi si trova in stato di disoccupazione lavorativa o di temporaneo stato di disagio da “lavorochenoncè” ?)

Stefania Cavallo

28 giugno 2012

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